Skip to main content
- ore

Cinque anni di catechismo non sono troppi. La fede non si costruisce di fretta

| Serio&Faceto

Il problema non sono i cinque anni di catechismo. E neppure i due.

Leggo tante critiche alla scelta dell’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, di mantenere il percorso di cinque anni, arrivata dopo anni di confronto e di riflessione sul modo in cui oggi accompagniamo i bambini nella fede. Leggo parole come "imposizione", si sostiene che un percorso così lungo finirà per allontanare i bambini dalla Chiesa.

Ma siamo sicuri che il problema siano i bambini?

Nessuno è obbligato a intraprendere un percorso di fede. È una scelta e questo va tenuto sempre bene a mente.
E proprio perché è una scelta, dovrebbe essere consapevole. Credo che il problema sia molto più profondo e abbia a che fare con il modo in cui, nel nostro Paese, abbiamo spesso trasmesso la religione cattolica. Una formazione affrontata spesso all’acqua di rose, con qualche nozione da imparare, qualche preghierina da recitare e un sacramento da ricevere.

Ma quanto conosciamo davvero la nostra religione? Quanti di noi hanno letto la Bibbia? Quanti genitori sono in grado di rispondere alle domande dei propri figli sulla fede?

In altre tradizioni religiose lo studio dei testi sacri e la trasmissione degli insegnamenti occupano un posto importante nell’educazione dei bambini. Naturalmente, le esperienze sono diverse anche all’interno della stessa religione. Ma perché non dovremmo interrogarci sulla profondità della nostra formazione?
La fede non è soltanto sentimento o emozione, sarebbe davvero triste e riduttivo. Ha bisogno anche di conoscenza, di studio, di domande, di approfondimento. Ha bisogno di essere alimentata nel tempo.

Ed è qui che arriviamo al vero problema, se così vogliamo chiamarlo. Troppi genitori considerano la Prima Comunione un traguardo, quasi un compito finalmente portato a termine e il giorno dopo la festa, o magari dopo un paio di settimane, sono proprio loro a scomparire dalla vita della Chiesa.
Non vanno più a Messa, non accompagnano i figli nella comunità, smettono di parlare di Gesù in casa.

Non è una distinzione tra buoni e cattivi, tra chi frequenta la Chiesa e chi non la frequenta. È una riflessione sulla responsabilità di chi sceglie di accompagnare un figlio, piccolo, in un percorso religioso.
La Prima Comunione non è un punto d’arrivo. È un sacramento il cui significato va compreso, vissuto e consolidato nel tempo.

Tutto è sempre perfettibile, compresi i metodi con cui viene insegnato il catechismo, ma trovo difficile comprendere perché una scelta che punta a dare maggiore profondità e continuità alla formazione religiosa debba essere considerata un’imposizione, qualcosa di sbagliato o qualcosa che allontana.

Forse avremmo dovuto intraprendere questa strada molto tempo fa ma non è mai troppo tardi. Nella parrocchia di cui faccio parte, per esempio, vedo famiglie contente di questo percorso, coinvolte e partecipi. Ed è proprio questo uno degli aspetti che considero più importanti.

Forse siamo noi genitori, per primi, ad aver bisogno di riscoprire e approfondire una fede che troppo spesso abbiamo smesso di coltivare. E questo cammino può diventare un’occasione preziosa non soltanto per i bambini, ma per le famiglie intere.

La fede non si esaurisce con un sacramento. Si conosce, si vive, si alimenta e si consolida nel tempo. E questo percorso può essere un’opportunità per ricominciare a farlo insieme.

Leggi anche:
Comunioni e polemiche. Vogliamo parlare anche dei fotografi “imposti”?

di Marta Genova