Comunioni e polemiche. Vogliamo parlare anche dei fotografi “imposti”?
| Serio&Faceto

A Palermo, attorno al nuovo cammino catechistico dell’Arcidiocesi, si è accesa una polemica che mette insieme fede, famiglie e soldi. Da una parte c’è Confimprese Palermo, con il presidente Giovanni Felice, che parla di un danno economico per il settore delle comunioni e delle cerimonie. Dall’altra c’è la risposta netta della Curia, che difende una scelta educativa e pastorale precisa.
Ed è una risposta che, personalmente, condivido. Perché il punto non è solo se il percorso duri di più. Il punto è il senso che si vuole restituire ai sacramenti. Il nuovo progetto catechistico dell’Arcidiocesi di Palermo è stato presentato già nel settembre 2024, con disposizioni transitorie per il 2024-2025, e viene descritto non come una semplice modifica tecnica ma come un cambio di impostazione. Un cammino a tappe, che coinvolge famiglie e genitori e che vuole uscire dalla logica dei sacramenti come “traguardi o premi”.
Per questo, sono andata oltre alla polemica economica specifica di questi giorni, e ho pensato a una cosa che tante famiglie conoscono da anni molto meglio di qualsiasi associazione di categoria. Il momento in cui, durante la comunione di tuo figlio o di tua figlia, scopri che per le foto non sei libera davvero. Non puoi farle tu, non può farle un tuo familiare, non può farle una persona scelta da te. A farle è chi è già lì, chi di fatto gestisce quel servizio dentro la chiesa, con una motivazione che conosciamo tutti: mantenere ordine durante la funzione.
E sia chiaro, il principio dell’ordine in chiesa può anche avere un senso. Nessuno vuole la confusione davanti all’altare. Nessuno vuole una funzione trasformata in una corsa collettiva al primo piano migliore. Ma il punto è un altro, ed è molto semplice. Se per ragioni organizzative io non posso fotografare liberamente mia figlia e non posso nemmeno scegliere se affidarmi oppure no a quel servizio, allora non sto più parlando di una spesa facoltativa. Sto parlando di una cifra imposta.
Ed è qui che il discorso cambia.
Perché ogni volta che si tocca il tema delle comunioni salta fuori l’obiezione furba. Ma come, vi lamentate del fotografo quando tante famiglie spendono cifre enormi per vestiti, ristorante, bomboniere e festa? No. Il punto non è questo. Intanto perché non tutte le famiglie fanno ricevimenti sfarzosi e non tutte possono permettersi grandi spese. Generalizzare è comodo, ma è falso. C’è chi festeggia in grande e chi fa una cosa piccola, magari con i parenti stretti, in un ristorantino semplice, già pagato con fatica. Ma soprattutto c’è una differenza decisiva tra quello che scegli di spendere liberamente e quello che ti viene imposto dentro un momento religioso.
Lo dico anche per esperienza personale. Quando fece la comunione mia figlia io non lavoravo e non volevo pesare ulteriormente sulla mia famiglia. Ricordo benissimo di avere dovuto accettare di stampare solo tre foto, perché il servizio completo mi sarebbe costato troppo. Quindi no, non fu una libera scelta. Fu la sola possibilità sostenibile dentro un servizio già deciso da altri.
Ed è per questo che la posizione dell’Arcidiocesi, secondo me apre un discorso ancora più ampio. Nella nota diffusa il 14 marzo 2026, la linea sostenuta da Corrado Lorefice viene espressa con parole molto nette. La Curia parla di “scelta educativa coraggiosa”, di un cambiamento portato avanti con convinzione, e afferma che “non possiamo mettere il profitto prima della persona, le abitudini sociali prima della fede”. È una frase forte. Ed è una frase giusta perché rimette al centro un punto essenziale che nella polemica di queste ore rischia di essere capovolto. Tutto ciò di cui oggi si discute, fotografi, video, abbigliamento, regali, banchetti, rinfreschi, esiste perché esiste prima un percorso religioso. Senza quel cammino non esisterebbe nessun indotto.
E allora non può essere la Chiesa, proprio nel momento in cui prova a restituire serietà e senso ai sacramenti, a dover sottostare a tutto il contorno economico che negli anni si è creato attorno. Semmai dovrebbe valere il contrario. È il contorno che deve fermarsi e interrogarsi, se rischia di soffocare il centro. La stessa nota diocesana dice che la Chiesa non può rinunciare alla propria missione educativa per compiacere usanze che rischiano di svilire la fede o per garantire profitti economici.
Ed è per questo che il discorso sui fotografi “imposti” non è un dettaglio, non è una mera polemica laterale, non è una puntigliosità da genitori. È parte dello stesso problema.
Se per ragioni organizzative si ritiene necessario un solo fotografo durante la funzione, allora quel servizio non può essere trattato come una normale occasione di mercato. Dovrebbe avere un criterio equo, accessibile, quasi sociale. Ma nel concreto, le famiglie, si sono ritrovate obbligata a pagare per avere il ricordo di un figlio nel giorno della sua comunione. E sì, lo so che è una brutta parola, "obbligata", ma se l'latra scelta che hai è quella di non avere fotografie ricordo, di fatto è così.
Forse la diatriba di queste ore serve proprio a questo. A farsi delle domande. Se davvero si vuole riportare i sacramenti al loro significato più vero, allora dobbiamo avere il coraggio di ripensare tutto il contorno. Anche quello che per troppo tempo è stato considerato normale solo perché nessuno aveva voglia di dirlo ad alta voce.
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