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Meglio pagare le sanzioni che assumere: il lavoro negato a chi soffre di disagio psichico tra stigma e leggi inapplicate

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C’è una legge, ci sono obblighi e tutele, ma troppo spesso manca tutto il resto. Per chi soffre di disagio psichico il collocamento mirato resta un percorso inceppato da pregiudizi, assenza di supporti e ritardi che svuotano i diritti. E mentre famiglie e associazioni continuano a colmare da sole i vuoti del sistema, all’Ars c’è anche chi si muove al loro fianco con azioni concrete

In Italia il diritto al lavoro continua a essere una promessa incompiuta per migliaia di persone che convivono con una disabilità psichica. E il punto non riguarda solo l’occupazione in sé, ma la possibilità stessa di restare dentro la società, di non essere cancellati. A regolare questa materia è la legge 68 del 1999, la norma che disciplina il diritto al lavoro delle persone con disabilità e che ha introdotto il principio del collocamento mirato, cioè un sistema che non dovrebbe limitarsi a imporre assunzioni obbligatorie, ma dovrebbe incrociare capacità della persona, mansioni, ambiente di lavoro e strumenti di sostegno per rendere l’inserimento davvero possibile.

Per le persone con disabilità psichica, però, l’applicazione concreta della legge si scontra con ostacoli burocratici, stigma e carenza di percorsi di accompagnamento, lasciando troppo spesso il diritto fermo sulla carta. I dati più recenti aiutano a capire la misura del problema. Secondo la XII Relazione al Parlamento sulla legge 68, nel 2023 gli iscritti erano 880.997, mentre gli avviamenti al lavoro, tra pubblico e privato, si sono fermati a poco più di 52 mila. Tradotto in termini semplici, arriva a un’opportunità concreta solo una quota minima di chi aspetta in lista.

L’Istat segnala che dal 2019 è aumentato il disagio psicologico, in particolare tra i giovani e soprattutto tra le donne. Nel 2023 le persone con disabilità sono 2,9 milioni, il 5 per cento della popolazione, con un’incidenza maggiore proprio nelle Isole. Nello stesso tempo il mercato del lavoro italiano cresce, ma non per tutti allo stesso modo. Nel 2024 il tasso di occupazione tra i 15 e i 64 anni è salito al 62,2 per cento. Eppure, se si guarda al collocamento mirato, la distanza resta enorme.

È dentro questa frattura che si inserisce il convegno ospitato a Palazzo dei Normanni, “Lavoro e disabilità psichica, dignità, diritti e inclusione”, promosso dal capogruppo del M5S all’Ars Antonio De Luca. Presenti, tra gli altri, l’assessore regionale alla Salute Daniela Faraoni in rappresentanza del presidente della Regione Renato Schifani, il presidente dell’Ars Gaetano Galvagno, il presidente della commissione Salute Giuseppe Laccoto, la presidente dell’intergruppo Salute mentale Valentina Chinnici, il giudice del lavoro Giuseppe Tango, l’ordinario di diritto del lavoro Massimiliano Marinelli, il dirigente generale Ettore Riccardo Foti, i deputati Roberta Schillaci e Carlo Gilistro, insieme alle associazioni e ai familiari che da anni tengono acceso un confronto che troppo spesso le istituzioni hanno preferito rimandare.

ciaravino meravigliosamenteÈ stato proprio il loro intervento a  dare la misura concreta del problema, perchè sono le voci di chi questa realtà la conosce da vicino, di chi questa battaglia la vive da dentro. Vincenzo Ciaravino, vicepresidente di Meravigliosamente ODV e padre di un ragazzo con problemi psichici, ha raccontato una lunga resistenza fatta di carte, uffici, sentenze e porte chiuse, di un decennio trascorso a chiedere l’applicazione della legge 68 del 1999 e perfino di decisioni dei giudici rimaste senza effetti reali. Lo ha definito quasi uno “stalking” istituzionale, pur di costringere la pubblica amministrazione a vedere ciò che continuava a ignorare.

La sua esperienza parte anche dalla chiusura dell’Isil di Palermo, struttura che un tempo si occupava di inserimenti socio lavorativi, e si allarga fino a una denuncia più netta. «Il lavoro è curativo, è terapia», ha detto. Non un favore, non una concessione, ma uno strumento di salute e dignità. Ciaravino ha poi portato il discorso su uno dei paradossi più evidenti e meno raccontati di questa vicenda. Da anni, ha ricordato, le aziende che non rispettano gli obblighi di assunzione previsti dalla legge 68 pagano sanzioni che hanno alimentato un fondo da circa 12 milioni di euro. Il punto, però, è che quelle risorse, invece di essere trasformate in sostegno concreto all’inclusione lavorativa, restano di fatto ferme. E qui la contraddizione diventa lampante.

Da una parte si multa chi non assume, dall’altra non si usano davvero quei soldi per aiutare le aziende disponibili ad aprire percorsi seri di inserimento, soprattutto nei casi più delicati come quelli legati al disagio psichico. Per Ciaravino è il segno di un sistema che continua a rincorrere l’emergenza senza sciogliere il nodo principale, perché punisce l’inadempienza ma non costruisce fino in fondo le condizioni per superarla.

Accanto a lui Maria Assenza Parisi, vicepresidente dell’Associazione familiari disagio psichico, ha portato in aula il racconto concreto delle famiglie, «Ci sono aziende private disposte ad assumere - spiega - ma troppo spesso vengono lasciate sole, senza strumenti, senza accompagnamento, senza figure istituzionali capaci di reggere l’inserimento. E così  - aggiunge - il peso ricade ancora sulle famiglie, costrette persino a pagare di tasca propria gli psicologi per sostenere i figli e, insieme, rassicurare i datori di lavoro».

È qui che la distanza tra norma e realtà diventa più feroce. Perché il problema non è soltanto entrare al lavoro, ma restarci. E senza tutor, senza supporto, senza un contesto preparato, anche l’occasione migliore rischia di trasformarsi nell’ennesima delusione.

Su questo terreno si è innesta il nodo politico della giornata. Da un lato  il lavoro portato avanti dall’intergruppo Salute mentale dell’Ars, che punta a riservare una quota del 15 per cento della quota d’obbligo all’inserimento delle persone con disabilità mentale, dall’altro c’è l’emendamento presentato da Antonio De Luca, che prova a correggere uno dei buchi più gravi del sistema. La proposta prevede che i centri per l’impiego compilino e aggiornino elenchi specifici delle persone con disabilità psichica iscritte al collocamento mirato. In una parola, renderle visibili. Perché oggi, senza un censimento chiaro, queste persone restano spesso invisibili perfino dentro il sistema che dovrebbe accompagnarle. De Luca insiste su un punto decisivo. Non basta riempire quote. Serve un collocamento davvero mirato, costruito sulla persona, sul contesto, sulle mansioni compatibili, sugli accomodamenti ragionevoli. In sostanza, non è il lavoratore fragile a doversi piegare a un ambiente ostile, ma il lavoro a doversi organizzare per accoglierlo.

Attorno a questa linea anche gli altri interventi. Giuseppe Tango ha riportato la questione al cuore della Costituzione ricordando che il lavoro non è solo reddito, ma partecipazione sociale, dignità, salute. Massimiliano Marinelli ha chiarito che gli accomodamenti ragionevoli non sono un vezzo teorico, ma un obbligo che può riguardare tempi, spazi, mansioni e organizzazione del lavoro. Valentina Chinnici ha parlato del doppio stigma che colpisce chi vive un disagio mentale e richiama il valore di una chiamata nominativa capace di evitare nuove disparità.
Roberta Schillaci ha insistito invece sulla necessità di uscire da un modello obsoleto e guarda al metodo Ips, in cui il lavoro non arriva alla fine della cura ma ne diventa parte integrante. Giuseppe Laccoto ha messo sul tavolo numeri durissimi e ricordato che, secondo i dati richiamati durante il confronto, in Italia solo una persona su otto con disabilità psichica riesce a trovare un’occupazione. Ettore Foti, infine, ha infine aperto alla proposta di un tavolo tecnico con associazioni e portatori di interesse per aggiornare le linee guida regionali e trasformare la discussione in procedure concrete.

È da qui, in fondo, che il dibattito dovrebbe ripartire. Dalla fine dell’invisibilità. Perché il disagio psichico non cancella capacità, intelligenza, desiderio di autonomia. Cancella semmai, troppo spesso, lo sguardo degli altri e l’efficacia delle istituzioni. Per questo ciò che si è discusso all’Ars non riguarda una nicchia, ma l’idea stessa di società che la Sicilia vuole essere.

Dare un nome, un elenco, un tutor, un’occasione vera a chi finora è rimasto ai margini non significa fare beneficenza. Significa restituire cittadinanza e dignità in una terra dove le famiglie hanno imparato per anni a reggere da sole il peso della fragilità.

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di Marta Genova