Il carcere e la “cella liscia”, dove la sofferenza mentale diventa incubo
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«La cella liscia». È così che Pino Apprendi, garante dei detenuti di Palermo e una vita in Antigone, chiama le celle dei reparti psichiatrici delle carceri, assimilandole a quelle dell'isolamento.
La descrive come una situazione "da incubo, da horror", dove il lavandino è saldato al muro e non è presente nemmeno la rete del letto. In questi spazi angusti, la sofferenza mentale viene compressa tra mura spoglie, la detenzione diventa una tortura psicologica che spesso sfocia nel sangue.
Lo scorso 12 febbraio, a Palermo, un uomo di 52 anni, affetto da gravi problemi psichiatrici e che aveva interrotto le cure, ha aggredito alle spalle una donna di 55 anni accoltellandola. La donna è miracolosamente sopravvissuta. È stata dimessa dall’ospedale dopo quindici giorni.
L’uomo invece resta detenuto al Pagliarelli, nel reparto psichiatrico. Il gip aveva disposto la custodia in carcere, escludendo i domiciliari, ritenendo alto e attuale il rischio di reiterazione e definendo l'aggressività dell'uomo come «incontrollata» e «allarmante».
La documentazione prodotta il giorno dell’arresto e relativa allo stato di salute mentale dell'indagato, attesta che è affetto da psicosi schizoaffettiva cronica (ma risalente al 2020) e che ha seguito per molti anni un percorso di psicoterapia individuale, poi divenuto saltuario e occasionale. La terapia farmacologica l’aveva sospesa autonomamente due giorni prima dell’aggressione.
Un episodio che riaccende il dibattito sulla gestione del disagio mentale, troppo spesso delegata alle sbarre quando le maglie dell'assistenza territoriale si sfrangiano. Come avverte Caterina Cottone, presidente della Consulta degli utenti e familiari della salute mentale, «non si può più ignorare una emergenza sociale in continua aumento, serve integrare i servizi con risorse e figure professionali perché il sistema è ormai soffocato dal sovraccarico». Le fa eco la deputata Valentina Chinnici, sottolineando come la cura non possa essere lasciata solo agli ospedali o, peggio, alle carceri: «Le strutture diurne sono poche, la cura fuori da cliniche e ospedali è carente, gravando interamente sulle spalle delle famiglie».
Dentro le mura del Pagliarelli, la realtà è brutale. A fronte di una capienza di 1115 unità, dice Pino Apprendi, si contano circa 1400 persone. In questo sovraffollamento, il reparto psichiatrico (che dispone di soli otto posti) diventa un avamposto di frontiera dove non c'è lo psichiatra h24 e mancano medici e paramedici. Ma la situazione è ben peggiore, una “montagna di gente” che sopravvive grazie agli psicofarmaci. «Tantissimi detenuti non psichiatrici prendono ansiolitici per riuscire a calmarsi o dormire – dice ancora Apprendi – con un consumo massiccio di farmaci che funge da unico, fragile ammortizzatore sociale in un ambiente inadeguato».
La carenza di strutture esterne rende il quadro drammatico. In Sicilia esistono solo due REMS (Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza) con una disponibilità totale di circa 110-120 posti letto. Nel frattempo, oltre mille persone restano in lista d'attesa, "schedate per poter ricevere cure che non riceveranno mai". Questo vuoto istituzionale si traduce anche in atti di autolesionismo: Apprendi racconta con orrore di detenuti che "si sbattono la testa al muro" per la disperazione, spinti fino alla soglia del suicidio.
Eppure, un'alternativa umana era stata tracciata. All'Ucciardone, sotto la direzione di Rita Barbera e in collaborazione con il Dipartimento di Salute Mentale di Giorgio Serio, era nato il "Vaso di Pandora". Era una struttura pensata come una casa famiglia senza sbarre alle finestre, dove i poliziotti operavano in borghese e i pazienti più gravi erano assistiti da "tutor" (altri detenuti incaricati di seguirli). Lì si poteva cucinare, guardare la televisione e vivere momenti di socialità terapeutica fino al pomeriggio. Ora non esiste più. «Abbiamo perso uno spazio di civiltà oggi ridotto a stanze umide e vuote – critica Apprendi che ribadisce – pur nel rispetto delle valutazioni dei giudici, il carcere non è il posto giusto in cui deve stare un detenuto con problemi psichiatrici». L'appello del Garante è perentorio e rivolto alla Regione: «Il Presidente provveda all'apertura di nuove Rems e l'Assessorato alla Sanità rinforzi i servizi sanitari nelle carceri». Senza interventi strutturali, la "cella liscia" continuerà a essere il terminale di una società che non sa più come prendersi cura dei suoi membri più fragili, che in alternitava tornano "liberi", a casa o per strada, abbadonati al loro destino nella totale insicurezza per se setssi e per gli altri.
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