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Oltre il reato, restano loro due

| Reportage giornalistico
Sono entrata al Malaspina di Palermo. Ho incontrato “Luigi” e “Mario”, oggi amici. Raccontano l’errore, la famiglia, la libertà perduta e la vita che provano a ricominciare. Sullo sfondo la città, il carcere minorile, i giovani ormai armati, uno Stato che arriva troppo tardi. E una domanda che resta. Che cosa rimane di due ragazzi quando cade la maschera da grandi?
Luigi e Mario, carcere minorile Malaspina di Palermo
Foto di: Marta Genova

Centro di giustizia minorile. Così recita la scritta all’ingresso del civico 135 di via Principe di Palagonia a Palermo. Sono le 14.55. All’esterno, a pochi metri dal grande portone, sulla destra, una donna piange tenendosi la mano sulla bocca. Un’altra donna le va incontro.

Entro. Una madre e un padre stanno firmando per la visita al figlio. Dai movimenti capisco che non è la prima volta, ma avverto anche il loro disagio mentre posano le borse e gli oggetti personali sul nastro del metal detector.

Tocca a me.
«Buongiorno, prego», mi dice un agente della polizia penitenziaria.
«Buongiorno, ho appuntamento con la direttrice».
«E qui che ci fa allora?», mi risponde accennando un sorriso.

malaspina via cilea L’ingresso agli uffici è dalla parte opposta. Giro attorno all'antico complesso del Malaspina, un’ex dimora nobiliare diventata nel tempo sede della giustizia minorile
Via Cilea 28. Il portone è chiuso, severo, quasi muto. Accanto, una targa del Ministero della Giustizia. Da fuori non si vede nulla di quello che accade dentro. Non i corridoi, non le stanze, non le vite sospese. 

L’incontro con Luigi e Mario avviene nella stanza della direttrice Clara Pangaro. I nomi, di fantasia, li hanno scelti loro. Io li ho trovati decisamente appropriati, e anche divertenti. Luigi ha 18 anni. Mario ne ha 20 anche se sembra il più piccolo dei due.
Sono coetanei di mia figlia.

Sono entrati al Malaspina da perfetti sconosciuti. Luigi e Mario, adesso, si siedono uno accanto all’altro nella stanza della direttrice e si guardano come fanno gli amici quando sanno già dove l’altro vuole arrivare, ridono piano, si interrompono, si completano, si suggeriscono le parole che gli mancano.
Non minimizzano quello che hanno fatto e non cercano scuse, ma dentro un luogo nato per trattenere hanno trovato anche una forma imprevista di compagnia. E forse è da lì che comincia il resto.

Da quanto vi conoscete?

«Siamo arrivati qui da perfetti sconosciuti, ormai ci conosciamo da due anni», racconta Luigi, entrato prima di Mario e il più loquace tra i due. È sempre lui a dare la prima risposta: «Abbiamo avuto il bello e il cattivo tempo. Prima il brutto tempo, poi il bellissimo, perché ci siamo ripresi».

A quel punto capisco che la storia non è soltanto il Malaspina, non è soltanto il carcere minorile, non è soltanto Palermo con le sue urgenze, i suoi quartieri, le sue trappole e le sue occasioni mancate. La storia, almeno oggi, sono loro due. Due ragazzi seduti accanto, entrati da sconosciuti e diventati amici dentro un posto in cui si arriva quando qualcosa si è già rotto. Due ragazzi dei quali non so, e non saprò, che reato abbiano commesso, so solo che devono stare qui ancora un bel po' e che Luigi ha fatto qualcosa di molto grave.

La domanda resta lì, sotto tutte le altre: che cosa rimane di due ragazzi quando togli la libertà, le amicizie sbagliate, la maschera del quartiere, la posa da grandi? La risposta, per ora, sono Luigi e Mario, che ridono ancora, ma hanno capito.

Luigi racconta di una vita che sembrava scorrere sui binari della normalità. La scuola alberghiera, i primi lavori in cucina, i calci a un pallone in un campetto vicino casa. Non in una zona di “periferia” di Palermo, ma in un quartiere centrale. «L'attestato di aiuto cuoco l'ho preso mentre ero già qui, grazie all'aiuto delle educatrici», racconta Luigi.
Anche la vita di Mario, prima del Malaspina, sembrava proiettata verso un mestiere preciso. Frequentava una scuola professionale con un obiettivo chiaro: «Volevo diventare barbiere».
C’erano le forbici e il rasoio nel suo immaginario, ma anche il campo di calcio. Una quotidianità fatta di scuola, sport, amici. E non di miseria. 

C’è stato un momento in cui avete pensato che quello che stavate facendo vi avrebbe potuto cacciare nei guai?

«Sapevo che quello che facevo era sbagliato», ammette Luigi. Il fascino delle amicizie del quartiere, il desiderio di sentirsi grande, lo stare con persone più adulte lo hanno trascinato dove oggi non vorrebbe essere.
Dice che la preoccupazione era soprattutto dei genitori, che infatti lo controllavano continuamente. «Mio padre non andava a coricarsi se non rientravo a casa». Sapeva di non stare facendo bene, ma la possibilità del carcere non lo sfiorava davvero.
Stessa cosa per Mario; stava per strada, era lì che passava la maggior parte della sua giornata.
Non è stata la fame a spingerli. Entrambi chiariscono che nelle loro famiglie non è mai mancato nulla dal punto di vista economico.

È stata piuttosto quella "urgenza emozionale" che l'ex presidente della Corte d’Appello di Palermo Matteo Frasca all'inizio dell'anno giudiziario 2026, ha descritto come uno dei tratti della devianza minorile locale. Il bisogno di avere subito, di sentirsi riconosciuti subito, di sembrare più grandi subito.

Il problema, forse, è proprio quel “subito”. Perché poi arriva un giorno in cui tutto si ferma.

Qual è la prima cosa che avete pensato quando siete arrivati qui?

Luigi ricorda lo shock del primo ingresso. «Io ho pensato, ma vero sono in carcere? Nel senso, perché di tutto mi aspettavo, però non che mi arrestassero. Io vedevo i film, le serie TV, il mondo del carcere e poi mi ci sono trovato dentro. E questa non è la serie TV, non è un film, è la mia vita, cioè lo sto vivendo io... quindi è stato difficile».

Mario, invece, ha pensato subito a quello che si interrompeva, «Che non potevo andare a lavorare. Questo ho pensato subito. Era assurdo, ma era la realtà in cui ero».

 Non c’è musica di sottofondo, non c’è montaggio, non c’è una scena che finisce e poi si ricomincia da un’altra parte. Quando la porta si chiude, si resta lì. Con il tempo, con il silenzio. Con quello che hai fatto. Con quello che hai perso.

Qual è il peso più grande che vi portate dentro?

 Ai genitori sono rivolte le prime parole di entrambi. Cambiano gli sguardi. Guardano verso il basso, poi ogni tanto mi danno un’occhiata. Cercano di capire se nel mio sguardo ci sia giudizio? 
Perché questa è una delle cose che gli fa più male. Non essere visti come persone, ma come "reati".

«Ce ne ho tante di cose da dire», ammette Luigi. «Però una di quelle che mi pesa di più è che un mese dopo che mi hanno arrestato mia madre aveva un impegno molto importante e bello. Per colpa mia lo ha dovuto annullare, perché senza di me non lo voleva fare. Io ho provato in tutti i modi a convincerla, però mi ha detto: fin quando non ho il cuore in pace e tu uscirai, io non lo posso fare. E quindi la cosa che mi pesa, anche più del fatto stesso di avere perso la libertà, è avere fatto soffrire la mia famiglia molto pesantemente».

Mario annuisce, concorda. Per lui la distanza ha cambiato il senso delle cose. «Purtroppo quando sei fuori non te ne accorgi di quello che fanno i tuoi cari, la tua famiglia, per te. Sembra che ti controllano o ti rimproverano perché ti vogliono disturbare, vogliono rompere. Invece lo fanno per il nostro bene. Però te ne rendi conto dopo».

Poi parla dei colloqui. Al Malaspina i ragazzi possono farne due a settimana e inoltre hanno tre telefonate, «I miei genitori fanno sacrifici per venire a trovarmi, perché devono lasciare il lavoro, devono prendere i permessi. Però è un modo per stare il più vicini possibile. Adesso mio padre lo vedo un po’ meno, una volta a settimana, perché ha preso troppi permessi per venire e non ne può prendere più».

Luigi ha due fratelli, uno più piccolo e uno più grande. Gli manca il fratello maggiore «Per ora non viene più ai colloqui. Si sta concentrando sulla scuola, quindi non ha tempo per venire. Lo capisco, è una cosa giusta anche se…». La frase resta sospesa. E in quella sospensione c’è tutto quello che un ragazzo di 20 anni prova a non dire.

In questo microcosmo, Mario e Luigi hanno imparato a distinguere i fratelli di strada, spariti nel nulla, dalla famiglia, l’unica rimasta accanto a loro. Quando gli chiedo se gli manchino gli amici, la risposta mostra la loro amara consapevolezza e la forte disillusione: «Non mi manca nessuno  - dice con durezza Luigi - perché se ci penso... meglio non pensarci. Fuori la gente continua la propria vita e si dimentica di chi è dentro. Tu credevi che era tuo fratello perché dormiva con te. Invece si sono dimenticati».
Mario annuisce, questa volta è lui a seguire l'amico: «È la verità. Ho capito che realmente a starmi vicino è sempre stata la mia famiglia».

La vera mancanza che hanno non è legata ai momenti "frivoli", andare a ballare o uscire, ma ai momenti belli accanto ai loro familiari.

Cosa vi aiuta a passare qui le giornate?

Entrambi alzano lo sguardo e indicano le due donne presenti nella stanza: «Loro», dicono sorridendo.
Sono Maria Mercadante e Miriam Barrale, le due funzionarie della professionalità pedagogica, le educatrici. Definiscono il loro lavoro “di frontiera”, perché ogni giorno si muovono su una linea di confine. Da una parte i valori della legalità e della giustizia che provano a proporre e "dall’altro lato della barricata" le controculture criminali, a volte mafiose, dentro cui molti ragazzi sono cresciuti o da cui sono stati attratti.

«Cerchiamo di fare breccia in questa linea per permettere ai giovani di accedere a una reale possibilità di scelta» dicono.

Il discorso non riguarda necessariamente Luigi e Mario, che raccontano famiglie presenti, rimaste accanto a loro. Ma dentro il Malaspina passano anche storie diverse, più chiuse, più difficili da scardinare. Le educatrici parlano di sistemi familiari legati alla criminalità organizzata come di mondi “saturanti” e “inglobanti”, dove la famiglia non è soltanto un nucleo affettivo, ma tutto: appartenenza, regole, protezione, identità, potere. In certi contesti, discostarsi dai valori del gruppo significa rischiare di non essere più riconosciuti, di essere esclusi dal proprio stesso mondo.

È lì che il lavoro educativo diventa più doloroso. Perché non basta dire a un ragazzo che può scegliere altro, se fino a quel momento l’unico orizzonte che ha conosciuto è quello. A volte la criminalità non recluta con una chiamata esplicita. Cresce intorno, educa a suo modo, assorbe, offre un ruolo, una lingua, una promessa di rispetto. E quando un ragazzo prova a prendere distanza, quel distacco può essere vissuto perfino come un tradimento della propria storia familiare.

Le educatrici lo sanno. “Fare breccia” significa provare ad aprire una fessura dentro un destino che sembra già scritto. Ma quella scelta, quando arriva, non è mai semplice, può voler dire lasciare il territorio, allontanarsi dalla famiglia, rinunciare all’unico sistema di appartenenza conosciuto. Per questo il dopo diventa decisivo: se un ragazzo torna nello stesso luogo, nelle stesse relazioni, nelle stesse dinamiche, il rischio di rientrare nel circuito criminale resta altissimo.

Il loro ruolo comincia dal momento dell’ingresso. Significa prendere in carico il ragazzo, ricostruire il percorso precedente, aiutarlo a metabolizzare l’errore e a guardare al futuro. Ma significa anche tenere aperto il rapporto con l’esterno, lavorare con l’Ufficio di servizio sociale per i minorenni e coinvolgere le famiglie.

Perché fuori dalla stanza della direttrice resta Palermo. Restano i quartieri, le compagnie, le famiglie che controllano e vengono scambiate per nemiche, l’età in cui sentirsi grandi sembra più importante che salvarsi. E resta uno Stato che spesso incontra questi ragazzi quando il danno è già fatto.

Non è solo una percezione. Sempre nella relazione della Corte d’appello di Palermo per l’anno giudiziario 2026, l’aumento delle misure cautelari nel settore minorile viene collegato anche alla maggiore gravità di alcuni nuovi procedimenti, segnati da unasconcertante violenza per motivi futili o pretesti minimi. Nel 2025, nel distretto, 1.606 ragazzi sono stati segnalati ai servizi sociali, 1.448 per la prima volta. Complessivamente, la sede Ussm di Palermo (ufficio di servizio sociale per i minorenni) ha gestito 1.394 soggetti durante l’anno.

Al Malaspina, al momento dell’intervista, i ragazzi detenuti erano 34. Da lì a qualche ora sarebbero diventati 35, perché era già programmato un nuovo ingresso.

Poi ci sono le armi, sempre più numerose. E a Palermo le armi in mano ai ragazzi non possono mai essere considerate un dettaglio neutro.
Non ogni pistola racconta automaticamente una regia mafiosa, ma ogni pistola apre una domanda. Chi la procura, chi la custodisce, chi la fa circolare, quali codici adulti arrivano fino alle mani dei più piccoli?

Nell’ultimo anno, le cronache cittadine hanno raccontato anche questo. Giovani e giovanissimi arrestati con pistole nascoste addosso o nei loro scooter elettrici, ragazzi che sparano, feriscono, uccidono. Ragazzi che escono la sera con armi da fuoco o da taglio al seguito. 

La violenza giovanile, quando incontra le armi, smette di essere soltanto devianza e diventa una crepa più profonda nella vita della città. Qualcuno insegna, anche solo con l’esempio, che una pistola può diventare identità, protezione, rispetto, scorciatoia. 
È qui che il disagio diventa terreno fragile. I ragazzi che cercano appartenenza, riconoscimento, soldi facili o semplicemente un posto dentro un gruppo diventano prede facili. Non sempre il reclutamento criminale ha la forma esplicita di una chiamata. A volte passa da una commissione, da una consegna, da una dose da spacciare, da un favore da fare, da un’arma da tenere, da una compagnia che ti fa sentire grande mentre ti usa.

La procuratrice per i minorenni di Palermo, Claudia Caramanna, ha più volte richiamato il rischio che i minori vengano attratti o sfruttati dai circuiti criminali adulti, soprattutto nello spaccio, fino al caso limite di bambini di 10 o 12 anni usati per vendere crack in alcuni quartieri della città. È il punto più difficile da guardare: non solo ragazzi che scelgono il male, ma ragazzi che sono prede. Che qualcuno intercetta, seduce, utilizza, quando sono ancora abbastanza piccoli da non capire fino in fondo il prezzo di quella appartenenza.

È dentro questa Palermo, non dentro un’emergenza astratta, che Luigi e Mario provano a dire di avere capito.

Dentro questi numeri, le ragazze quasi non si vedono. Non perché il disagio femminile non esista, ma perché nel sistema penale minorile la presenza femminile resta molto più ridotta e segue percorsi diversi. Al Malaspina di Palermo non esiste una sezione femminile, le ragazze siciliane per le quali viene disposta la detenzione vengono generalmente trasferite fuori regione, soprattutto a Roma o a Pontremoli. Le ragazze delinquono di meno e spesso per tipologie di reato diverse. Anche per questo si riescono più spesso a costruire per loro percorsi alternativi al carcere, come comunità, permanenza in casa, progetti educativi esterni.

Ma questo dato, più che aprire un’altra storia, conferma quanto il Malaspina sia soprattutto un luogo attraversato da adolescenze maschili interrotte. Come quelle di Luigi e Mario.

Quando i ragazzi entrano, spesso portano con sé anche un’istruzione interrotta. Molti non hanno nemmeno la licenza media. «Non parliamo di rieducazione, ma di educazione», spiegano le educatrici.
È una frase che pesa, perché significa che il carcere, a un certo punto, deve farsi carico di compiti che fuori non sono stati assolti. Scuola, regole, relazione, ascolto, orientamento, lavoro.

Tutto insieme. Tutto dentro un luogo che, però, resta un carcere.

La gestione quotidiana è complessa. Il Malaspina ospita una popolazione mista, dove i ragazzi italiani convivono con una componente straniera che spesso vive una forma di “turismo carcerario” forzato. Molti minori stranieri arrivano dagli istituti del Nord, ormai sovraffollati, portando con sé tensioni, solitudini e storie difficili da ricomporre. 

Per loro la disparità è ancora più dura. Se non hanno una casa, una famiglia o riferimenti sul territorio, non possono accedere facilmente alla permanenza in casa o alle prescrizioni sociali. Così finiscono più spesso dietro le sbarre anche per reati meno gravi. Una delle educatrici lo dice con una frase semplice e durissima: «La legge è uguale per tutti, ma le risorse no».

Il decreto Caivano ha cambiato le regole del gioco, aumentando il ricorso alla custodia cautelare e incidendo sugli aggravamenti delle misure. Il risultato è un aumento delle presenze e un carcere minorile sempre meno residuale di quanto la legge originariamente prevedesse. Ma il punto, dentro il Malaspina, non è soltanto quanti ragazzi entrano ma cosa accade dopo. E soprattutto a chi appartengono, quei ragazzi, una volta varcata la soglia.

«Il minore autore di reato non è del carcere - dice Miriam Barrale - è dello Stato, della società, come qualunque altro minore e cittadino. Pensare che, siccome sei autore di reato e mi disturbi, ho bisogno di toglierti alla vista per dire alla società che è stato fatto quello che andava fatto, significa solo escludere. È una politica di esclusione. È come nascondere la polvere sotto il tappeto».

È qui che il reportage torna a Luigi e Mario. Perché il reato resta, e nessuno lo cancella. Ma anche loro restano. E se lo Stato li vede solo nel momento in cui li arresta, ha già perso una parte della sua funzione.

La direttrice Pangaro lo dice con parole nette «Bisogna lavorare sulla prevenzione. Il posto di un adolescente non è il carcere. La società - spiega - finisce spesso per demandare al carcere una serie di compiti evolutivi di cui avrebbe dovuto farsi carico prima. Se la società non è educante, non si può pensare che questo microcosmo sia attrezzato per fare da solo quello che fuori non si è stati capaci di sostenere».

La vera domanda arriva quando i cancelli si aprono. Che cosa trovano i ragazzi quando tornano in libertà? Accoglienza, sostegno, reti di protezione? «No, non le trovano», dice Pangaro. Anche costruire programmi di reinserimento non è facile, come per il lavoro, ad esempio.

Dentro l’istituto si prova a far studiare i ragazzi, a far acquisire competenze, si costruiscono percorsi. Ma fuori non basta avere imparato qualcosa, serve qualcuno disposto ad accogliere, a fidarsi, a dare una possibilità. Le etichette se le portano addosso.
La direttrice racconta una storia che le è rimasta impressa da quando era educatrice, «Seguivo un ragazzo che aveva fatto un percorso scolastico con noi al carcere. Quando è tornato a casa la zia mi chiese: "Ma che gli è successo?", il nipote aveva chiesto una scrivania per poggiare i libri e questo aveva sorpreso e turbato la zia. Quasi non riconosceva quel ragazzo. Ed è proprio lì, in quella richiesta semplice, una scrivania per studiare, che si misura la difficoltà del ritorno».
Perché spesso il primo a non sapere di avere delle possibilità è proprio il ragazzo. Quando le scopre, per lui è una conquista enorme. Ma anche la famiglia deve essere aiutata a riconoscerle.

Il lavoro con le famiglie, dice la direttrice, è fondamentale. Una madre ha bisogno di un supporto specifico. È la stessa logica che sta alla base di percorsi come “Liberi di scegliere”, pensati per offrire una via d’uscita non solo ai ragazzi, ma anche alle madri che provano ad allontanarsi da contesti familiari e criminali oppressivi. Perché se fuori non esiste una rete, il cambiamento rischia di restare un’intenzione fragile, destinata a spezzarsi appena il ragazzo rientra nel luogo da cui era uscito.

I servizi della giustizia minorile lavorano su un doppio versante: far conoscere questi ragazzi al di là del reato e provare a creare nel territorio opportunità reali. Ma servono enti, associazioni, istituzioni, servizi territoriali. Da soli non bastano.

Per dare un'opportunità ai ragazzi sono nati progetti come Cotti in Fragranza, il biscottificio che forma professionalmente i ragazzi all’interno del Malaspina, vengono attivati tirocini formativi e ci sono anche i laboratori rap con artisti come Kento. Luigi e Mario, insieme ad altri sette compagni, hanno partecipato con orgoglio. Hanno scritto Le tempeste non durano per sempre, una canzone che parla di riscatto, di voglia di cambiare, di una vita nuova lontana dalla droga, dalla violenza e dal razzismo. Mario ha inoltre ottenuto l’articolo 21, che gli consente di lavorare all’esterno. Un traguardo che all’inizio gli sembrava irraggiungibile.

malaspina ragazzi pallone Le loro gambe, nelle foto, raccontano più dei volti che non possono essere mostrati o dei reati che non possono essere raccontati. Scarpe da ginnastica, pantaloncini, un pallone fermo sul pavimento e una postura da ragazzi, non da detenuti. Uno tiene il piede sul pallone come se bastasse poco, davvero poco, per tornare fuori. Per correre. Per giocare. Per essere soltanto giovani.

Com’è la vita con gli altri ragazzi qui dentro?

«Siamo tutti nella stessa barca, non c’è giudizio», dice Luigi. «E qui le persone le conosci molto più velocemente, perché ci stai ventiquattro ore su ventiquattro. È forse più difficile rispetto a fuori, perché alla fine anche chi non ti piace te lo devi fare piacere».
È un grande lavoro su se stessi quello che fanno, ogni giorno.

Alla fine dell’incontro, è lui a porgermi un sacchetto di carta. Dentro ci sono due pacchetti di Cotti in Fragranza. Biscotti frollini e cotti in fragranza2 snack cotti in fragranza1 salati. «Questo è per lei. Questi sono dolci, con i pistacchi, questi invece sono salati con olio extravergine di oliva e timo… Io lavoro al laboratorio» dice con soddisfazione. Li tiene in mano come si tiene qualcosa che non è soltanto un prodotto ma anche la prova concreta che dentro quel luogo qualcosa può essere imparato, costruito, consegnato.

Noto una "fedina" sul suo anulare e chiedo se sia fidanzato. 
«Sì, da molto tempo - mi dice un po' imbarazzato, ma è felice di questa cosa, perché lei diversamente dagli "amici" è rimasta -  e penso al passo grande, ma se mi devo sposare lo devo fare da libero». 
Luigi sa di avere una pena da scontare ben più lunga di Mario, ma prova a guardarla dal lato che gli permette di restare in piedi, «Quella che ho scontato è più di quella che mi rimane».

Se poteste parlare con i ragazzi che stanno fuori, che cosa gli direste?

La risposta è un monito che arriva repentino. Non ci pensano un secondo, quasi si accavallano: «Lavorate, non fate reati e non entrate in carcere. Questo direi, di godersi la vita» dice l'uno, «e di farlo nella legalità e di fidarsi prima di se stessi e poi degli altri, perché se non ti fidi di te stesso non ti puoi fidare di nessuno» aggiunge l'altro.

Adesso la domanda cambia. Che cosa direste a voi stessi di prima?

«Al me di allora - conclude Luigi - direi: "Hai sbagliato. Apri gli occhi, alza la testa e vai perché c'è un futuro che ti aspetta. E ancora tanta strada da fare"». Mario lo guarda e annuisce, «Stessa cosa».

La scommessa di Palermo è tutta qui. Prevenire, aiutare i ragazzi a seguire la strada più giusta e trasformare queste mura da contenitori di disagio in ponti verso una scelta libera. Perché, come dicono le educatrici, si è sempre nella condizione di poter scegliere. A patto che lo Stato non lasci solo un ragazzo proprio nel momento in cui decide di voltare le spalle al suo passato.

Mario lo ha detto bene. La vita non è quella che vediamo in tv e nelle serie; quando sei chiuso davvero in un carcere e vieni privato della libertà da ragazzo, puoi solo resistere, elaborare e andare avanti.
La libertà.

Arrivata a casa, ho aperto uno dei pacchi di biscotti. Ne ho assaggiato uno, gli occhi di Luigi e Mario ancora nella testa.
Hanno l’età di mia figlia.

di Marta Genova