Il caldo che non dà tregua: il pericolo non finisce quando tramonta il sole
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Ogni estate l'attenzione si concentra sui numeri. Trentanove, quaranta, quarantuno gradi. Più il termometro sale, più cresce la percezione del pericolo. Di giorno si aspetta il tramonto, si chiudono le persiane, si cercano l’ombra e un po’ d’aria, si rimandano le commissioni alle ore serali.
Poi arriva la notte, ma il sollievo non arriva comunque. I muri continuano a emanare calore, dalle finestre entra aria calda e i condizionatori, per chi può permetterseli, sono continuamente accesi. Per questo un’ondata di calore non può essere raccontata soltanto attraverso il numero più alto raggiunto dal termometro.
La ricerca scientifica, negli ultimi anni, ha infatti spostato lo sguardo su un altro aspetto. Non soltanto quanto caldo fa, ma per quanto tempo il nostro organismo è costretto a sopportarlo.
È un cambio di prospettiva importante. E non nasce da impressioni o sensazioni, ma da anni di studi epidemiologici, dall'esperienza maturata dopo le grandi ondate di calore europee e dal lavoro di istituzioni come l'Organizzazione mondiale della sanità (OMS), il Ministero della Salute e l'Istituto Superiore di Sanità.
I 40 gradi restano pericolosi e possono provocare conseguenze acute ma, secondo la letteratura medica, il rischio sanitario dipende anche dalla durata dell’esposizione, dall’umidità, dalla ventilazione e dalle temperature notturne. Il picco racconta quanto è stato intenso il caldo in un determinato momento, non dice, da solo, per quanti giorni l’organismo sia rimasto sotto pressione.
L’Organizzazione mondiale della sanità parla di “stress cumulativo” prodotto da periodi prolungati di alte temperature diurne e notturne. Con il passare dei giorni, spiega l’OMS, può aumentare il rischio di malattia e di morte, soprattutto tra le persone più vulnerabili.
Quando la temperatura esterna aumenta, il corpo cerca di mantenere stabile quella interna. Dilata i vasi sanguigni vicini alla pelle e produce sudore, la cui evaporazione aiuta a disperdere calore.
Questi meccanismi, però, richiedono uno sforzo. Il sistema cardiovascolare deve portare più sangue verso la superficie del corpo, mentre la sudorazione provoca una perdita di acqua e sali minerali.
Se l’esposizione è intensa o prolungata, soprattutto in presenza di forte umidità, il sistema di raffreddamento naturale può diventare meno efficace.
Una revisione pubblicata nel 2024 sul New England Journal of Medicine ha ricondotto l’esposizione al caldo a un aumento del rischio di eventi cardiovascolari, malattie respiratorie e renali, problemi durante la gravidanza e conseguenze sulla salute mentale. L’OMS segnala inoltre che lo sforzo compiuto dall’organismo per raffreddarsi mette sotto pressione cuore e reni e può aggravare patologie croniche già esistenti.
Non significa che ogni persona esposta al caldo svilupperà una malattia. Significa che il margine di compensazione può ridursi progressivamente, soprattutto negli anziani, nei bambini piccoli, nelle persone affette da malattie cardiache, respiratorie, renali, metaboliche o neurologiche e in chi vive solo o in abitazioni che non riescono a raffreddarsi.
Il Ministero della Salute include tra i fattori di vulnerabilità anche il basso reddito, l’isolamento sociale, il lavoro fisico all’aperto e le condizioni abitative.
Uno degli elementi più osservati dalla ricerca è la temperatura notturna. Dopo il tramonto, un reale abbassamento delle temperature riduce lo sforzo necessario al corpo per mantenere stabile la propria temperatura. Anche gli edifici possono cominciare a disperdere parte del calore assorbito durante il giorno.
Quando, invece, le minime restano elevate, l’esposizione continua. Il sonno può peggiorare, la sudorazione può proseguire e l’organismo può arrivare alla mattina successiva senza avere recuperato pienamente.
Uno studio pubblicato nel 2021 sulla rivista scientifica Epidemiology ha analizzato gli effetti delle notti calde sulla mortalità in undici città dell’Europa meridionale, Bilbao, Barcellona, Madrid, Siviglia, Lisbona, Porto, Marsiglia, Montpellier, Nizza, Tolosa e Roma. I ricercatori hanno considerato sia la durata del caldo notturno sia la quantità di calore eccedente determinate soglie, mettendo questi valori in relazione con i decessi per cause naturali, respiratorie e cardiovascolari.
Le stime non sono risultate uguali in ogni città e, trattandosi di uno studio osservazionale, cioè basato sul confronto tra temperature e decessi già registrati nella realtà e non su un esperimento controllato, non consentono di attribuire automaticamente ogni singolo decesso al caldo. Indicano però che la notte non può essere considerata una semplice pausa tra due giornate difficili.
La questione, quindi, non è soltanto dormire male. È la continuità dell’esposizione. Il sistema del Ministero della Salute controlla 27 città italiane, ma questo non significa che siano tutte, nello stesso momento, in bollino rosso. I bollettini vengono infatti elaborati per ciascuna città incrociando le condizioni meteorologiche con i dati storici sugli effetti del caldo sulla salute. Il livello 3, quello rosso, indica una condizione di rischio elevato che persiste per almeno tre giorni consecutivi. È significativo che la durata sia inserita nella stessa definizione del livello massimo di allerta.
Le città siciliane comprese nel sistema nazionale sono Palermo, Catania e Messina. Le altre province dell’Isola non figurano nei 27 bollettini cittadini, ma questo non vuol dire che non possano essere interessate da temperature pericolose o che non debbano predisporre misure territoriali di prevenzione.
Il sistema, infatti, non è una classifica delle città più calde d’Italia, ma uno strumento sanitario di previsione del rischio in determinate aree urbane. La ricerca italiana conferma che il rapporto tra caldo e salute esiste, ma mette anche in guardia dalle spiegazioni troppo semplici.
Nel 2025 la rivista scientifica Epidemiologia & Prevenzione ha dedicato un supplemento al progetto Climactions – Adattamento e mitigazione ai cambiamenti climatici: interventi urbani per la promozione della salute finanziato dal Ministero della Salute. Il progetto ha coinvolto sei città italiane, Torino, Genova, Bologna, Roma, Bari e Palermo, con l’obiettivo di individuare strategie capaci di ridurre l’isola di calore urbana e l’inquinamento atmosferico, valutandone i possibili benefici per la salute.
Uno degli studi pubblicati nel supplemento ha analizzato i dati giornalieri sulla mortalità e sulla temperatura media registrati tra il 2006 e il 2015 nelle sei città. I ricercatori hanno prima stimato il rischio di mortalità associato alle temperature elevate e poi simulato gli effetti di interventi urbani capaci di ridurre il calore, come l’aumento del verde e l’utilizzo di superfici che assorbono meno radiazione solare.
Secondo le simulazioni, una riduzione della temperatura media di 1,3 gradi potrebbe diminuire i decessi attribuibili al caldo del 25-35 per cento, con 2 gradi in meno, la riduzione stimata salirebbe al 40-60 per cento. Gli stessi autori precisano però che si tratta di scenari teorici, non di risultati osservati dopo la realizzazione concreta degli interventi. Il risultato mostra comunque quanto anche una variazione apparentemente contenuta della temperatura urbana possa avere un peso sanitario.
Un altro studio, pubblicato nel 2026 sul Bollettino epidemiologico nazionale dell’Istituto superiore di sanità, ha analizzato la relazione tra caldo e mortalità nella provincia di Modena dal 2010 al 2024. Nonostante l’aumento delle temperature, i ricercatori non hanno osservato negli anni più recenti un incremento proporzionale della mortalità naturale rispetto ai periodi precedenti.
Gli autori hanno indicato tra le possibili spiegazioni l’adattamento della popolazione e l’efficacia delle misure di prevenzione. Hanno però segnalato che l’andamento della mortalità cardiovascolare richiede ulteriori approfondimenti. Il dato non smentisce il rischio prodotto dal caldo. Mostra, piuttosto, che prevenzione, organizzazione sanitaria e capacità di adattamento possono modificare gli effetti di un’ondata.
In una città densamente costruita, il caldo non scompare quando tramonta il sole. Durante il giorno asfalto, cemento, tetti e facciate assorbono energia e la rilasciano lentamente nelle ore serali e notturne. Le aree con alberi e terreno permeabile, invece, possono raffreddarsi maggiormente grazie all’ombra e all’evapotraspirazione, cioè il processo attraverso cui acqua e vegetazione sottraggono calore all’ambiente.
Anche la forma della città ha un peso. Strade strette, edifici ravvicinati e scarsa ventilazione possono ostacolare la dispersione del calore e a quello immagazzinato dalle superfici si aggiunge il calore prodotto dal traffico, dagli impianti e dalle altre attività umane.
Il progetto Climactions sottolinea che questo calore può accumularsi maggiormente dove la struttura urbana limita la ventilazione e la sua dispersione. È il fenomeno conosciuto come isola di calore urbana, per cui le aree più costruite possono rimanere più calde delle zone circostanti, soprattutto dopo il tramonto.
La differenza, inoltre, non riguarda soltanto il confronto tra città e campagna: all’interno della stessa città possono esserci quartieri molto più caldi di altri, in base alla presenza di verde, alla densità degli edifici, ai materiali utilizzati e alle condizioni sociali della popolazione residente.
Proprio la riduzione dell’isola di calore urbana è stata uno degli obiettivi di Climactions, il progetto già citato che ha coinvolto anche Palermo. I ricercatori hanno mappato temperature, urbanizzazione, aree verdi e condizioni di vulnerabilità e hanno valutato scenari basati sull’aumento del verde e sull’impiego di superfici capaci di riflettere una quota maggiore della radiazione solare.
Inevitabile in questo constesto parlare anche del "paradosso condizionatori". Strumenti importanti di protezione, soprattutto per anziani, malati e persone che vivono in abitazioni molto calde ma che non fanno sparire il calore e hanno effetti collaterali.
Diversi studi hanno descritto un possibile circuito di retroazione; la città si riscalda, cresce l’uso dei condizionatori, che raffreddano gli ambienti interni trasferendo calore verso l’esterno. A questo si aggiunge il calore prodotto dall’energia utilizzata per far funzionare l’impianto. In strade strette, cortili chiusi e quartieri densamente costruiti, la contemporanea accensione di numerosi apparecchi può contribuire al calore rilasciato nell’ambiente urbano.
I condizionatori non sono certamente la causa principale dell’isola di calore, ma possono concorrervi insieme all’efficienza degli apparecchi e la loro diffusione, alla struttura urbana, al traffico e ad altre attività umane. Dunque non può essere colpevolizzato chi accende un climatizzatore per proteggersi, è invece necessario rendere gli edifici più efficienti e le città meno dipendenti dal solo raffrescamento meccanico.
Terna spiega che, durante l’estate e soprattutto nelle giornate con temperature molto elevate, il sistema deve prevedere picchi della domanda elettrica, nel giugno 2025, per esempio, la società ha attribuito alle alte temperature una parte dell’aumento dei consumi registrato in Italia.
L’Agenzia internazionale dell’energia offre invece il quadro mondiale, mostrando come le ondate di calore e la crescente richiesta di raffrescamento possano determinare nuovi picchi di domanda e mettere sotto pressione le reti elettriche. Nel 2024 più di quaranta Paesi, rappresentativi di quasi il 70 per cento della domanda elettrica mondiale, hanno raggiunto nuovi picchi di consumo durante periodi di caldo estremo; in altri territori si sono verificati blackout o interruzioni programmate.
Questo non significa che ogni interruzione dell’elettricità sia provocata dai condizionatori. Ma l’aumento simultaneo della domanda si può sommare agli effetti diretti delle temperature elevate sulle infrastrutture. Non a caso l’Autorità italiana per l’energia, ARERA, considera le ondate di calore tra i fattori critici di rischio per i quali deve essere rafforzata la resilienza delle reti di distribuzione. E quando la corrente manca durante una notte molto calda, il problema non riguarda soltanto il disagio domestico, si fermano condizionatori, ventilatori, ascensori, frigoriferi, attività commerciali e, in alcune abitazioni, dispositivi necessari a persone fragili.
Il caldo persistente ha anche conseguenze economiche. Aumentano le bollette di famiglie e imprese, i costi per il raffrescamento di uffici, negozi, scuole e strutture sanitarie. Crescono le difficoltà per chi lavora all’aperto o svolge attività fisicamente impegnative. Agricoltura, edilizia, trasporti e logistica sono tra i settori maggiormente esposti.
L’Organizzazione internazionale del lavoro ha documentato come lo stress termico possa ridurre le ore lavorabili, aumentare il rischio di infortuni e diminuire la produttività. Gli effetti non ricadono allo stesso modo su tutti, chi ha un lavoro precario, è pagato in base alla produzione o non può sospendere l’attività è spesso anche chi dispone di minori possibilità di proteggersi.
Ai costi diretti dell’energia si aggiungono quelli sanitari, le giornate di lavoro perse, i danni alle coltivazioni, le interruzioni dei servizi e gli investimenti necessari per adattare edifici e infrastrutture.
Il caldo, quindi, non è soltanto un fatto meteorologico e non è neppure soltanto un problema medico. È una questione sanitaria, sociale, urbana, energetica ed economica.
Il record resta importante. Un picco estremo può provocare conseguenze rapide e gravi e non deve essere minimizzato, ma il numero più alto registrato dal termometro non racconta tutto e dura il tempo di un titolo. Il caldo persistente resta nelle case, nei corpi, nelle strade e nei conti delle famiglie.
Ed è proprio quando smette di fare notizia, ma continua a non concedere tregua, che può diventare più insidioso.
Fonti e approfondimenti:
- Organizzazione mondiale della sanità – Heat and health
Effetti delle temperature elevate e dello stress termico cumulativo sulla salute.
- Ministero della Salute – Piano nazionale per la prevenzione degli effetti del caldo sulla salute
Sistema italiano di allerta, livelli di rischio e categorie più vulnerabili.
- Epidemiology – Effects of Hot Nights on Mortality in Southern Europe
Studio del 2021 sugli effetti delle notti calde in undici città dell’Europa meridionale, tra cui Roma.
- Epidemiologia & Prevenzione – Progetto Climactions
Adattamento e mitigazione ai cambiamenti climatici: interventi urbani per la promozione della salute.
- Epidemiologia & Prevenzione – Impatto del caldo sulla salute in sei città italiane
Studio su Torino, Genova, Bologna, Roma, Bari e Palermo.
- Istituto Superiore di Sanità – Bollettino Epidemiologico Nazionale
Analisi della relazione tra caldo e mortalità nella provincia di Modena dal 2010 al 2024.
- Terna – Dati sul fabbisogno elettrico nazionale
Consumi e picchi della domanda durante i periodi di temperature elevate.
- Agenzia internazionale dell’energia – Domanda elettrica e ondate di calore
Effetti del raffrescamento sui consumi e sulla pressione esercitata sulle reti.
- Organizzazione internazionale del lavoro – Stress termico e lavoro
Conseguenze su salute, sicurezza, produttività e disuguaglianze occupazionali.
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