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Quelli che "non mi verrebbe mai" (e quelli che invece lo fanno)

| Serio&Faceto

Qualche giorno fa ho pubblicato un video girato ai Cantieri Culturali alla Zisa in cui mostravo una scena che, a Palermo, rischia quasi di non fare più notizia, proprio perché siamo ormai abituati a vederla ovunque: il parcheggio selvaggio. Auto in fila lungo i viali, principali e interni, macchine sistemate dove capita, sopra i marciapiedi, a ridosso dei capannoni, spazi che dovrebbero essere attraversati a piedi trasformati in corsie, slarghi occupati come se fossero pertinenze private.

Una domanda resta aperta: perché in un luogo nato per essere attraversato a piedi, vissuto e rispettato, tanti si sentono autorizzati a invadere ogni spazio con la propria macchina e altri no?
E in questa riflessione mi sono fatta aiutare da alcune persone, gente comune eh, come me e te che stai leggendo. 

I Cantieri Culturali sono un luogo che dovrebbe essere spazio pubblico, spazio culturale, spazio pedonale, spazio di respiro. Un’area frequentata da studenti, artisti, operatori culturali, dove c'è la scuola di cinema, quella di fotografia, l'Accademia di Belle Arti, in cui ci sono associazioni, cittadini. Un posto che, in qualunque altra città europea, sarebbe curato come un piccolo patrimonio urbano da proteggere.
E invece no.

Screenshot Nel viale principale, dedicato a Letizia Battaglia, ci sono i dossi. I dossi. Dentro un’area culturale.
Già questo basterebbe a raccontare molto. I dossi, lì dentro, non sono un dettaglio tecnico ma sono il simbolo di una resa. Significano che qualcuno ha corso troppo, che le auto sono entrate e hanno attraversato quello spazio come se fosse una strada di scorrimento, che invece di prevenire si è finito per correggere dopo. Come spesso accade a Palermo, non si costruisce prima una regola chiara. Si corre ai ripari quando il comportamento sbagliato è già diventato abitudine.

Nel video dicevo una cosa molto semplice. Non siete a casa vostra.
I Cantieri Culturali non sono il cortile privato di chi arriva, entra, parcheggia dove gli è più comodo e poi va a bere qualcosa, a vedere una mostra, a partecipare a un evento o a una lezione. Sono un luogo pubblico. E pubblico non significa “di nessuno”. Significa di tutti.
E proprio perché è di tutti, non può essere occupato dalla comodità di pochi.

Dopo la pubblicazione del video, alcune persone hanno contestato un punto. Le aree indicate come parcheggio, non sarebbe davvero un parcheggio e non sarebbe adeguato. Non è asfaltata bene, ci sono buche, mancano canalette di scolo. C'è anche mi ha fatto anche una spiegazione tecnica molto precisa. Ci sta, se quell’area è indicata come parcheggio dal Comune, allora va resa realmente funzionale, non basta mettere una P e poi lasciare uno spiazzo nelle condizioni in cui si trova. Una città civile non si limita a indicare gli spazi, li rende praticabili (ahimè anche alle buche e ale strade colabrodo, i palermitani ormai si sono abituati).

Ma questo non può diventare l’alibi per tutto il resto. Perché il punto è proprio qui, se il parcheggio non è perfetto, allora si pretende che venga sistemato. Si chiede al Comune di intervenire, si segnala, si protesta
Per questo la trovo una motivazione/giustificazione assai debole.

In generale quindi si è scelto di invadere un luogo culturale con le auto e trasformare un’area che dovrebbe essere vissuta a piedi in una qualunque strada soffocata dal parcheggio selvaggio. 

È questa la radice del problema. A Palermo sembriamo spesso bravissimi a trovare una giustificazione ai comportamenti sbagliati.
Non c’è l’asfalto? Allora parcheggio dove voglio. Ci sono le buche? Allora mi avvicino il più possibile. Piove? Allora entro fino al padiglione. Devo fare presto, allora lascio l’auto qui. Tanto lo fanno tutti. Tanto che sarà mai. Tanto non dà fastidio. 

Molto, molto palermitano come ragionamento. E dà fastidio.

Dà fastidio perché cambia il senso del luogo, lo impoverisce, lo rende brutto e incoerente con ciò che dovrebbe rappresentare.

Ho fatto una domanda a una decina di persone. Persone che frequentano i Cantieri per vari motivi.
Ho chiesto una cosa semplice: «Hai mai parcheggiato la macchina lungo i viali interni dei Cantieri? Nelle stradine accanto al Cinema o ai padiglioni? Hai mai parcheggiato nello spazio accanto ai locali di ristorazione?»

La risposta è stata no. E ho chiesto ancora: «Perché no? Come mai?»

Precisando che non è un sondaggio con un "valore scientifico". Ma ha un valore umano, sì. Perché dopo un attimo di riflessione molti mi hanno risposto più o meno così: «Non mi verrebbe di farlo. Per senso civico. E credo anche per senso estetico».

Ecco, questa risposta mi interessa. “Non mi verrebbe di farlo” è una frase importantissima. Significa che prima ancora della multa, prima della sbarra, prima del cartello, prima del guardiano, esiste un limite interiore. Esiste una soglia che alcune persone non attraversano non perché qualcuno glielo impedisce, ma perché sentono che non è giusto.

Non mi verrebbe di entrare con l’auto in uno spazio che già a guardarlo mi dice che dovrebbe essere camminato. Non mi verrebbe di lasciare la macchina tra edifici che hanno una storia, davanti a luoghi di cultura, accanto a studenti, famiglie, anziani, persone che passeggiano. Non mi verrebbe di trasformare un viale in una fila di lamiere.
E allora la domanda diventa più ampia. Cosa separa chi non lo farebbe mai da chi lo fa senza alcun problema?

Non è solo una questione di regole. Le regole servono, certo. Servono controlli, serve una gestione seria degli accessi, serve che la sbarra non sia un oggetto decorativo, serve che chi entra sappia dove può andare e dove non può andare. Serve anche che l’area parcheggio venga sistemata, perché un parcheggio pubblico indicato come tale deve essere dignitoso, ma non basta.

Perché se davanti a un luogo bello, fragile, collettivo, culturale, la prima cosa che pensiamo è “dove posso infilare la macchina più vicino possibile?”, allora il problema non è solo urbanistico. È culturale. È sociale. È estetico. È, in fondo, educativo.

Ai Cantieri la contraddizione è ancora più evidente perché quel luogo è frequentato da persone che spesso parlano di cultura, di ambiente, di bellezza, di città, di futuro, di spazi condivisi. Eppure basta guardare i viali, ogni giorno, a qualunque ora, pieni di auto per capire che tra ciò che diciamo e ciò che facciamo c’è ancora una distanza enorme.

La bellezza non si difende solo con le parole. Si difende anche parcheggiando nel posto giusto e facendo cinquanta, cento metri a piedi. Si difende non salendo sul marciapiede. Non entrando con il motorino elettrico a tutta velocità. Non suonando il clacson in un luogo che dovrebbe invitare al passo lento. Non comportandosi come se ogni spazio pubblico fosse una proprietà privata temporanea, da occupare finché qualcuno non ci caccia.

 ScreenshotIeri sono tornata ai Cantieri, a scrivere. Oltre alle auto, ho visto ragazzini sfrecciare con i motorini elettrici, frenare, fare rumore, attraversare lo spazio come se fosse una pista. Ho visto una signora con il bastone camminare per raggiungere un padiglione dopo che la sua  accompagnatrice aveva lasciato l'auto al "parcheggio". Due immagini vicinissime e lontanissime. 

 ScreenshotUn'auto a tutta velocità mi ha "fatto il pelo". I due a bordo nemmeno si sono resi  conto. Hanno parcheggiato facendo la loro manovra sportiva e sono scesi per andare a bere un birra. 
Pochi passi dopo, un gruppo cercava di praticare una disciplina orientale all'aperto, al tramonto, davanti a uno dei padiglioni. Impossibile. Il maestro cercava di mantenere il controllo chiedendo alla gente che arriva in auto di allontanarsi, ma senza alcun risultato. Il caos.

E allora no, non è una fissazione contro le auto, ma una domanda sulla città che vogliamo essere. 

Vogliamo una Palermo in cui ogni luogo, anche il più bello, viene lentamente piegato alle abitudini peggiori? O vogliamo finalmente cominciare a dire che alcuni spazi vanno rispettati prima ancora che regolamentati?
Ma i primi ad agire dobbiamo essere noi, i primi a dare l'esempio dobbiamo essere noi.

I Cantieri Culturali alla Zisa potrebbero essere uno dei luoghi più belli e vivi della città. Non perfetti, certo. Da curare, da sistemare, da governare meglio, maa proprio per questo da proteggere. 
Perché una città cambia quando cambiano le regole, sì, ma cambia davvero solo quando cambia anche quella voce interna che, davanti a un viale pedonale, a un luogo di cultura, a uno spazio comune, ci fa dire senza bisogno di cartelli o divieti: no, qui non parcheggio. Qui cammino. Qui rispetto.  Qui sono in un luogo di tutti.

di Marta Genova