«Campare di rendita». Dai falsi bonus alle criptovalute, la rotta del denaro nell’inchiesta di Palermo
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Si evolvono. Truffatori e colletti bianchi stanno al passo con i tempi, cambiano strumenti, imparano a muovere il denaro in mercati nuovi e a trasformare il profitto di un reato in investimento speculativo.
La sentenza di primo grado emessa dalla Gup di Palermo Elisabetta Stampacchia, nel troncone celebrato con rito abbreviato dell’inchiesta sui falsi bonus edilizi, lo conferma. E racconta una storia che va molto oltre le fatture per lavori mai eseguiti e i crediti d’imposta trasformati in denaro.
Alle spalle dei ponteggi fantasma c’era un’organizzazione capace di drenare risorse pubbliche, trasformarle in liquidità e proiettarne una parte sui circuiti finanziari internazionali, anche attraverso le criptovalute.
Nel giugno del 2025 la vicenda era arrivata sui giornali così, «Truffa sui bonus edilizia a Palermo, 83 indagati, 4 arresti e 3 interdizioni». L’indagine del Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza riguardava la gestione di 19 imprese edili e lavori di ristrutturazione ritenuti fittizi per oltre 26 milioni di euro. Era la dimensione complessiva dell’inchiesta.
Nel perimetro più ristretto affrontato dalla sentenza dell’abbreviato, il giudice parla invece di un valore d’affari ricostruito in circa 13 milioni di euro e descrive la «natura di cartiera» di diverse società del settore edilizio, alcune utilizzate per emettere fatture per operazioni inesistenti e creare artificialmente crediti d’imposta.
Sono le scatole attraverso cui prende forma il meccanismo. Società formalmente attive nell’edilizia ma, secondo la ricostruzione giudiziaria, prive in diversi casi di una struttura produttiva coerente con il volume dei lavori fatturati. Per VMH Consulting e Ausonia, ad esempio, il Tribunale descrive una realtà nella quale i dipendenti erano impiegati in un call center e non nell’esecuzione dei lavori edilizi milionari indicati nei documenti.
Attorno non ci sono soltanto gli organizzatori. La più ampia inchiesta ha coinvolto imprenditori, amministratori di diritto delle imprese, committenti ritenuti compiacenti e figure tecniche, dentro un sistema nel quale la forma societaria e documentale diventa essenziale per trasformare lavori esistenti soltanto sulla carta in crediti fiscali negoziabili.
Alla chiusura delle indagini risultavano altri 83 soggetti, oltre ai sette destinatari delle misure cautelari, fra amministratori e committenti ai quali venivano contestati, a vario titolo, fatture per operazioni inesistenti e truffa aggravata. Lo schema dello sconto in fattura faceva il resto. Il lavoro veniva fatturato, il credito fiscale nasceva e poteva essere ceduto a terzi. La cessione lo trasformava in liquidità.
Secondo gli investigatori, una parte delle somme è stata poi utilizzata attraverso bonifici personali, prelievi in contanti, buoni fruttiferi, oro, beni mobili e immobili. E criptovalute. È qui che le motivazioni della sentenza, depositate il 20 luglio scorso, fanno emergere una storia diversa da quella già raccontata.
Per l’autoriciclaggio contestato a Vittorio Macaluso e Fedele Notaro, classe 1979, il giudice ricostruisce infatti il reinvestimento di 1.122.375 euro attraverso una lunga serie di bonifici verso piattaforme e operatori finanziari internazionali. Il flusso più consistente è quello diretto a Coinbase Ireland, 74 operazioni per complessivi 833.988 euro. Seguono 117.282 euro verso Transactive System, 60 mila verso AxiTrader, 55 mila verso Binance, 45 mila verso AvaTrade EU, oltre ad altri trasferimenti verso Ava Capital Markets e Clear Junction. Non tutti sono exchange di criptovalute in senso stretto.
È la stessa sentenza a inquadrare però quelle operazioni nell’ambito del reinvestimento dei crediti monetizzati e a parlare di attività finanziarie speculative e investimenti in cripto-attività. Il salto è tutto qui. Il denaro non viene soltanto incassato e speso. Diventa capitale da far rendere.
Negli scambi ricostruiti dagli investigatori compaiono procedure per l’apertura degli account, documenti di identità, prove di residenza, piattaforme di trading e sistemi automatizzati di investimento.
Macaluso invia a Notaro due screenshot tratti dalla piattaforma di trading, relativi ad account gestiti tramite "bot" automatizzati per l'investimento in criptovalute e prospetta, su 150 mila euro, un rendimento di 5.300 euro in meno di due mesi. Una previsione che evidentemente interessa. Notaro rilancia e invita Macaluso a «sondare bene l’affidabilità» del sistema e a capire se fosse il caso di investire «altri soldi, tipo gli 800 mila euro», indicati dal giudice come denaro proveniente dalla monetizzazione dei crediti fittizi, per poter «campare di rendita». Del circa un milione di euro investito in cripto-attività, solo 200 mila sarebbero stati gestiti da Macaluso, mentre la restante parte, scrive il giudice, sarebbe stata «di interesse di Notaro Fedele».
Uno degli snodi della monetizzazione dei crediti è Poste Italiane. La società si è costituita parte civile nel processo chiedendo il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali e quantificando in 3.492.358,21 euro le somme corrisposte per l’acquisto di crediti d’imposta ritenuti inesistenti. La sentenza ha riconosciuto il diritto al risarcimento, rinviandone però la quantificazione a un separato giudizio civile, nelle motivazioni precisa infatti che dovrà essere valutato anche il comportamento tenuto da Poste nell’acquisto dei crediti e l’eventuale incidenza dei controlli che l’intermediario era tenuto a svolgere.
La dimensione digitale del denaro criminale non è più un tema futuribile. Nel recente La mafia che cambia. Dalle stragi ai bitcoin, Cosa nostra oggi, il procuratore di Palermo Maurizio de Lucia e il giornalista Salvo Palazzolo raccontano, attraverso indagini e intercettazioni, il crescente interesse della criminalità organizzata per le monete virtuali, gli investimenti digitali e nuovi sistemi di trasferimento delle ricchezze.
Il terreno giudiziario è completamente diverso e non esiste alcuna sovrapposizione fra le vicende del libro e questa. Ma la trasformazione degli strumenti per muovere e reinvestire il denaro descritta dagli autori assume forme concrete anche nelle strade di Palermo.
Resta valido infatti, come scrivono De Lucia e Palazzolo, il principio più antico, «Follow the money». Seguire i soldi.
Una questione sulla quale si era soffermato già nel 2018 il giurista Marco Krogh, nello studio Bitcoin, Blockchain e le transazioni in valute virtuali. Il ruolo del notaio ed i rischi riciclaggio. Krogh evidenziava un’apparente contraddizione che aiuta a comprendere anche le difficoltà investigative attuali. La blockchain rende trasparenti e tracciabili i dati relativi alle transazioni, ma questa trasparenza non coincide automaticamente con l’identificazione delle persone che controllano i relativi conti virtuali. Il movimento può dunque lasciare una traccia senza rivelare immediatamente chi abbia la disponibilità effettiva delle chiavi e, quindi, del patrimonio.
È un punto essenziale anche per capire cosa accade dopo che il denaro lascia il conto bancario.
Nel caso palermitano gli investigatori sono riusciti a seguirne la rotta almeno fino alle piattaforme internazionali grazie ai bonifici e alle operazioni finanziarie ricostruite. Ma arrivare alla piattaforma non significa necessariamente conoscere l’intero percorso successivo di quelle attività digitali.
Ed è qui che la sentenza apre un’altra questione, quella dei soldi recuperati e di quelli che restano da recuperare. Il giudice distingue ciò che è stato rinvenuto direttamente dal valore che deve essere aggredito attraverso altri beni. Sono entrati nel perimetro dei sequestri crediti fiscali ancora esistenti, disponibilità finanziarie, oro, terreni, veicoli e partecipazioni societarie.
Quando invece il profitto non è più rinvenibile nella sua originaria consistenza, il meccanismo consente di procedere per equivalente, colpendo altri beni riconducibili al condannato fino alla concorrenza del valore da recuperare.
Ed è qui che compare un’altra cifra, 6.601.690,88 euro. La Gup scrive che, in relazione ai reati contestati in concorso a Macaluso e Notaro, «permane» un’esposizione di quell’importo. Non sono 6,6 milioni finiti nelle criptovalute e non sono il residuo degli 1,12 milioni trasferiti verso piattaforme e operatori finanziari. È un dato diverso, quello dell’esposizione patrimoniale residua dopo i sequestri considerati dal giudice per i reati contestati ai due.
La distinzione è fondamentale. Se lo Stato recupera il valore del profitto attraverso un immobile, una quota societaria, oro o altre disponibilità, non significa che abbia materialmente ritrovato lo stesso denaro prodotto dal reato. E per quanto riguarda le criptovalute la sentenza non consente di sapere, per l’intero importo ricostruito, che cosa sia accaduto dopo. Se quelle attività siano rimaste su determinati wallet, siano state trasferite altrove, convertite nuovamente in valuta o utilizzate in altre operazioni.
Ma quello che evidenziano gli studi giuridici sulle valute virtuali è che i capitali convertiti in criptovalute non cancellano davvero le proprie tracce. La blockchain registra ogni passaggio in un mastro pubblico, immodificabile e permanente. Un wallet può restare fermo per anni e il suo titolare rimanere nell’ombra, ma quando quelle somme tornano a muoversi lasciano una nuova impronta sulla rete.
È il paradosso del denaro virtuale: può essere difficile capire a chi appartenga, ma la sua storia resta scritta e ogni nuovo trasferimento, anche a distanza di tempo, può riaprire quella traccia e offrire agli investigatori un altro punto da cui seguirla.
E mentre il futuro corre sulla blockchain, il fascino dei vecchi status symbol sembra duro a morire. Così, accanto ai bot per investire in criptovalute e ai bonifici verso piattaforme internazionali, la sentenza fa riemergere anche oro fisico, gommoni, automobili e Rolex. La finanza si fa digitale, il patrimonio si diversifica, ma certe passioni restano magnificamente analogiche.
Il 21 aprile scorso il troncone celebrato con rito abbreviato si è concluso con sette condanne e un’assoluzione. Antonio Notaro è stato condannato a sette anni e otto mesi, Fedele Notaro e Massimo Smeraldi a quattro anni e sei mesi, Vittorio Macaluso a quattro anni e quattro mesi, Dorotea Giordano e Vincenzo Notaro a tre anni e quattro mesi, Rosalia Guercio a due anni e otto mesi. Maria Giunta è stata assolta per non aver commesso il fatto. Ma questa sentenza non chiude l’intera vicenda giudiziaria. Il procedimento complessivo conta circa cento indagati e per altri 22, tra persone fisiche e società, già raggiunti dalla richiesta di rinvio a giudizio, il procedimento prosegue con rito ordinario.
Fuori dalle carte resta anche l’immagine dei luoghi. In via Imperatore Federico ad esempio, uno dei luoghi che tornano nelle carte dell’inchiesta, mge NEWS ha trovato almeno due locali che oggi appaiono smobilitati. Resti di scrivanie, materiali e documenti. Tutto cristallizzato, come i capitali convertiti in criptovalute di questa storia.
Con la differenza che al minimo movimento o tentativo di conversione in euro, anche a distanza di anni, la traccia di quei soldi riaffiora facendo scattare le ganasce dei controlli finanziari.
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