Trama Solidale, la storia di Miriana e della prof che ha cucito una comunità
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Rientrare a scuola dopo le vacanze estive e non sapere cosa sarebbe successo, come l’avrebbero accolta. Era questo il pensiero di Miriana, una ragazza allora sedicenne che nel settembre del 2019 si apprestava a varcare la soglia del Liceo Galilei di Palermo con un peso nel cuore. L’estate era stata un "fulmine a ciel sereno": una diagnosi di malattia del sangue che aveva stravolto tutto. «Tra tutte le preoccupazioni legate alla malattia c'era anche un po' il pallino del rientro a scuola, la preoccupazione di apparire diversi, di sentirsi un po' più normali», racconta Miriana, che oggi ha 23 anni, laureata in biologia e impegnata nella ricerca molecolare.
Quel giorno indossava un turbante grigio, l’unico che era riuscita a trovare, un oggetto cupo che sembrava gridare la sua sofferenza. Ma dietro quella cattedra di italiano e latino sedeva Nunzia La Rosa, supplente, che di lì a poco avrebbe trasformato quelle ore tra Machiavelli e Guicciardini in una delle più grandi lezioni di vita della scuola siciliana. «Miriana portava questo turbante grigio molto triste. Le chiesi perché avesse scelto quel colore e lei mi rispose che non era facile trovare qualcosa di morbido, delicato sulla pelle e insieme bello da indossare, di color pastello». Nunzia, che possiede un’innata abilità nel cucito, non rimase a guardare. Tornata a casa, prese una mela e un tovagliolo per studiare la forma della testa e creò il suo primo prototipo.
Da quel gesto, semplice e concreto, è nata Trama Solidale. Non un’associazione, non una onlus, ma una rete spontanea che si è allargata nel tempo seguendo il filo delle relazioni e della cura. «Ho deciso che il mio turbante doveva essere un dono d’amore – racconta la professoressa – che, partendo dal mio cuore, doveva giungere al cuore della donna che lo avrebbe ricevuto».
L’iniziativa è cresciuta a dismisura, diventando una "staffetta del sorriso" che unisce la Sicilia alla Toscana. Grazie ai consuoceri pratesi, Antonella e Fabrizio, la rete ha coinvolto Alessandro, titolare di una fabbrica che produce tessuti in fibra naturale per le grandi griffe, e Maria, che li distribuisce in tutto il mondo.
Da Prato arrivano stoffe pregiate adatte alla pelle sensibilissima di chi affronta la chemioterapia e spesso costretto a scegliere, nei negozi, tra prodotti costosi e materiali sintetici che irritano.
Accanto ai turbanti, diventati negli anni circa duemila ogni anno, sono nate le borsette porta-drenaggio realizzate con fibra di aloe donata da aziende toscane. Sono oltre tremila quelle distribuite annualmente, cucite in diverse misure per chi, dopo un intervento, deve convivere con tubicini e sacche. Non più buste di plastica o soluzioni improvvisate, ma oggetti belli, discreti, pensati per restituire dignità. Anche gli uomini hanno trovato spazio in questa trama. Per loro vengono realizzati cappellini in lana, soprattutto per l’inverno, perché anche la fragilità maschile va accolta senza imbarazzo e senza invisibilità.
La cura, però, qui non passa soltanto dagli oggetti. Passa dal modo in cui vengono pensati, costruiti e consegnati. Le colleghe di Nunzia, Elena, Katia, Luigia e Francesca hanno trasformato la produzione in laboratori creativi negli istituti Gabelli, Danilo Dolci e Scaduto di Bagheria. Qui, ragazzi con e senza disabilità decorano le borse rendendole opere d’arte e inseriscono all'interno lettere scritte a mano: "non sei sola", "l'arcobaleno c'è sempre". Così la scuola entra nelle corsie e le corsie entrano a scuola, in un movimento che educa i ragazzi alla prossimità concreta.
Tra i doni più preziosi ci sono poi le parrucche. Qui il valore non è solo economico, ma profondamente psicologico. «Due parrucchiere amiche, Maria Rita e Michela – racconta entusiasta Nunzia – collaborano gratuitamente per trattarle, rigenerarle e prepararle per le donne in chemioterapia. La differenza è enorme, perché una parrucca sintetica può costare intorno ai 400 euro, mentre quelle in capelli naturali arrivano tra gli 800 e i 1300 euro. Per questo Trama Solidale si impegna a farle arrivare gratuitamente agli ospedali o direttamente alle pazienti. E quando in Sicilia non bastano, si attiva un altro giro d’amore con la Toscana, da cui ne arrivano altre da redistribuire».
Tutto si muove senza finanziamenti esterni, attraverso il tempo e la disponibilità di chi partecipa. C’è chi cuce, chi lavora all’uncinetto realizzando cuori e fiori da applicare alle borsette, chi crea piccoli gioielli, chi accompagna i pacchi agli ospedali, chi apre nella propria scuola un laboratorio creativo. E c’è anche un modo discreto per sostenere le spese vive. Con i ritagli dei tessuti avanzati, la professoressa realizza anche capi d’abbigliamento e chi li sceglie può lasciare una donazione libera in una scatolina. Sono soldi che servono soltanto a riparare le macchine da cucire o a coprire i costi delle spedizioni.
I doni vengono distribuiti in ospedali come il Cervello, il Civico, la Maddalena, la clinica Torina di Palermo e il Giglio di Cefalù, oltre alle strutture di Firenze, Pisa e Prato.
Tutto questo si regge su una logistica tenace. A Palermo le consegne vengono effettuate gratuitamente con un motorino elettrico da un familiare di Nunzia in pensione, che raggiunge il Policlinico, la clinica Torina e altre strutture cittadine. Nella zona di Bagheria il materiale viene preso e consegnato durante gli spostamenti settimanali di un parente. Per Cefalù i pacchi passano di mano in mano fino all’ospedale. Quando le richieste arrivano da Firenze, Prato o Pisa, i volontari preparano tutto e spediscono dalla Sicilia a proprie spese. Anche i tessuti fanno il percorso contrario, raccolti in Toscana e inviati a Palermo. Negli ospedali la distribuzione finale ai pazienti è spesso affidata a infermieri, psicologi e medici dei reparti, oppure a volontarie che conoscono quel dolore dall’interno. «In cordata si raggiungono alte vette – conclude la professoressa La Rosa – è un traffico d’amore dove si dà e si riceve senza sosta».
Oggi Miriana guarda a quel periodo con una consapevolezza nuova. «La professoressa si è spogliata delle sue vesti di insegnante, è diventata per me di famiglia. Grazie a lei ho trovato il lato positivo nella malattia». È forse questa la verità più profonda di Trama Solidale. Un turbante non cura, una parrucca non cancella la paura, una borsetta non alleggerisce da sola il peso della terapia. Eppure tutti insieme possono restituire qualcosa che la malattia tende a strappare, il senso di sé, la dignità, la possibilità di sentirsi ancora parte del mondo. Da un turbante grigio è nato un intreccio colorato di cura e comunità che continua, ogni giorno, a dire una cosa semplice e potentissima. Nessuno dovrebbe affrontare la fragilità da solo.
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