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Lo stigma della dipendenza: la domanda che dobbiamo farci prima che sia troppo tardi

| Notizie
Mio figlio poteva essere salvato. So che cos’è lo stigma e so che può uccidere. Per questo chiedo di cambiare sguardo, prima che sia troppo tardi. Il 31 agosto è la Giornata internazionale della consapevolezza dell'overdose, una ricorrenza che a Palermo e nel nostro paese, è purtroppo ancora poco sentita
Anna Fanciullo sorride mentre il figlio Giulio Zavatteri la bacia sulla guancia
Anna Fanciullo con il figlio Giulio Zavatteri - foto su gentile concessione

Quando le sostanze entrano nella vita di una persona si portano dietro un’ombra scura: lo stigma.
Un giudizio strisciante che isola l’individuo e paralizza le famiglie nel vergognoso silenzio della solitudine.
Si tende a pensare che la dipendenza sia una colpa morale, una scelta, una sconfitta personale o educativa.
Non lo è.

È una sofferenza profonda, una vulnerabilità che merita cura, comprensione e presenza, non la condanna sociale.
Lo stigma uccide tanto quanto la sostanza, perché obbliga a nascondersi, a consumare da soli, a non chiedere aiuto per paura di essere giudicati.

E costringe noi genitori a combattere battaglie gigantesche nell’isolamento più totale.

La Giornata internazionale della consapevolezza dell'overdose, che si celebra il 31 agosto,  nasce a Melbourne, Australia, nel 2001 grazie ad una iniziativa spontanea, un barbeque comunitario organizzato proprio in questo giorno, da Sally J. giornata internazionale consapevolezza overdoseFinn  presso un centro dell’Esercito della Salvezza con l’obiettivo di dare alle famiglie un luogo sicuro per ricordare i propri cari scomparsi senza sopportare il peso del giudizio e della vergogna.
Il passaggio fondamentale è avvenuto del 2012 quando l’organizzazione no profit australiana Penington Institute ha assunto il coordinamento centrale della Giornata Internazionale per la Prevenzione dell’Overdose trasformandola in una vera e propria campagna globale , fornendo kit di strumenti, risorse e linee guida standardizzate per chi volesse organizzare una commemorazione.

In Italia, le iniziative per la prevenzione dell’overdose si concentrano principalmente nelle grandi città (Roma, Milano, Torino, Bologna e Firenze) dove i servizi sociosanitari e le Unità di Strada promuovono assemblee, open day e presidi informativi nei luoghi di aggregazione e marginalità con l’unico obiettivo di combattere lo stigma sociale, offrire momenti di ricordo per le vittime e realizzare attività pratiche sul campo che spaziano dai corsi di primo soccorso alla distribuzione del farmaco salvavita (Naloxone) fino alle azioni di prevenzione e analisi delle sostanze (drug checking).

I rimedi salvavita come il Naloxone e le misure di Riduzione del Danno (dallo scambio di siringhe alle sale di consumo protetto) sono strumenti riconosciuti a livello internazionale da oltre 40 anni. Eppure, l'accesso a questi interventi di emergenza rimane disomogeneo sul territorio nazionale e privo di adeguati finanziamenti. Non possiamo continuare a ignorare le evidenze.
È tempo di trattare il tema senza tabù, imparare dalle buone pratiche internazionali e mettere al centro la cura e il rispetto per le persone.

La riduzione del danno significa non considerare mai perdute le persone. La domanda cruciale è: che cosa possiamo fare per tenerle qui con noi?
Significa tenerle in vita abbastanza a lungo per dare loro un’altra possibilità. Perché la guarigione, il recupero, il domani, semplicemente, non possono avvenire se un ragazzo non sopravvive ad oggi.

Dobbiamo smetterla di far vergognare le persone degli strumenti che le tengono in vita.
Dobbiamo smetterla di far vergognare le persone fino a ridurle al silenzio.

Perché il silenzio uccide. Lo stigma uccide.

Alla dipendenza non importa quanto tu sia di talento, quanto tu sia bello, quanto successo o quanti soldi tu abbia, o quante persone ti vogliano bene.
La dipendenza può prendersi chiunque.

E se vi chiedo di leggere queste parole adesso non è per cercare commiserazione. È per chiedervi di cambiare sguardo.

Guardate, ascoltate, i vostri figli, i vostri amici, i ragazzi che incontrate per strada, e ricordatevi che dietro ogni dato di salute pubblica, ogni titolo di giornale, c’era e c’è sempre un essere umano che va ascoltato.

Mio figlio Giulio meritava di essere salvato.
Ed è per lui, e per tutti i figli e le figlie che oggi guardano al domani, che continuerò a fare sentire la mia voce.

di Anna Fanciullo