Quando il penale assolve e il civile condanna: «Restituita dignità a mio padre morto sul lavoro»
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Per undici lunghi anni, la famiglia di Francesco Ilardo ha vissuto in un limbo sospeso tra il dolore e l'indignazione. Non era bastata la morte atroce di un padre e di un marito a soli 47 anni, folgorato mentre lavorava in un’azienda agricola a Cerda, era stato necessario sopportare anche il peso di una verità giudiziaria che, in sede penale, aveva quasi trasformato la vittima in colpevole.
Ma quella nebbia si è diradata. La Corte d’Appello civile di Palermo ha emesso una sentenza che non si limita a un risarcimento ingente e rilevante da un punto di vista giuridico, ma restituisce dignità alla memoria di un uomo, sancendo che la responsabilità di quella tragedia ricade interamente sul datore di lavoro, Giovanni Lo Nero.
È una vittoria doppia, quella ottenuta dalla moglie Maria Angela e dai figli Roberto, Anthony e Alice. La prima è morale: il riconoscimento che Francesco non fu un lavoratore imprudente o «abnorme», come ipotizzato nell'assoluzione penale di Lo Nero del 2020, ma un professionista esperto tradito dalla totale assenza di sicurezza. La seconda è giuridica: un risarcimento cospicuo che, pur non potendo restituire la vita, riconosce il vuoto abissale lasciato in una famiglia che da quel giorno del 2014, ha perso ogni sostegno.
La Corte di Appello civile, nella sentenza del 2026, ha rivendicato la propria totale autonomia di giudizio stabilendo che la morte è stata causata dalle omissioni del datore di lavoro.
Roberto Ilardo, il figlio maggiore, oggi lavora in Olanda come ingegnere elettrico. Una scelta non casuale, ma una promessa silenziosa fatta a quel padre elettricista che gli aveva trasmesso la passione per i circuiti e la corrente. «Eravamo amareggiati – racconta Roberto con una voce che trema tra la stanchezza di anni di battaglie e la fierezza del risultato –. L’essere amareggiati inizialmente derivava da come tutto si era svolto. In sede penale sembrava che cercassero la strada più facile: dire che papà aveva fatto di testa sua».
Il ricordo di quegli anni è una ferita che si riapriva a ogni rinvio: «Ogni sentenza era semplicemente un riaprire una piaga con la quale cerchi di convivere. Stavamo rischiando di essere, come si dice da noi, “cornuti e mazzuliati”. Ma fortunatamente questa è la dimostrazione che è stata fatta giustizia. È stato riconosciuto che non c'erano condizioni opportune per operare in sicurezza».
Il contrasto tra i due giudizi che questa famiglia ha dovuto affrontare, è netto. Mentre il processo penale si era concluso con un’assoluzione «perché il fatto non sussiste», basata sul dubbio che un interruttore salvavita avrebbe comunque tardato a intervenire, il giudice civile ha ribaltato la prospettiva.
Tutto cambia già nel 2022, quando la Cassazione annulla l'assoluzione del datore di lavoro limitatamente agli effetti civili. Pur restando l'imputato "innocente" per lo Stato, i supremi giudici ravvisano gravi lacune nella valutazione della sicurezza. Il caso riparte così nel novembre 2022 davanti alla Corte d'Appello. Qui le regole cambiano: non serve la certezza assoluta del penale, ma basta dimostrare che la colpa dell'azienda sia "più probabile che non". Dopo una nuova perizia nel 2024, si arriva alla svolta del 21 gennaio 2026. La Corte ha accertato tra le altre cose, che il datore di lavoro Lo Nero non aveva fornito guanti isolanti, non aveva informat0 e formato il lavoratore sia sui rischi generali dell'attività aziendale sia su quelli specifici legati alle mansioni affidategli, e gli aveva consegnato le chiavi del quadro elettrico, consapevole che Francesco avrebbe messo mano all'impianto. Il giudice ha quindi stabilito che Francesco Ilardo è morto per la totale mancanza di prevenzione, ordinando il risarcimento.
L’avvocato della famiglia, Maurizio Mazzara, è netto: «Il giudizio penale è stato fondato su una perizia che non considerava il cuore del problema: la sicurezza sul lavoro. In sede civile è emersa la verità dei fatti: l’operaio è morto per la negligenza del datore di lavoro, che gli aveva affidato mansioni contemporaneamente rischiose, costringendolo a manovrare un escavatore tra fili elettrici non interrati correttamente. Questa sentenza ha finalmente valorizzato circostanze che il giudice penale aveva totalmente sottovalutato, portando a una giustizia sostanziale per una famiglia rimasta per anni senza reddito e senza risposte».
Si legge nella sentenza della Corte di Appello civile del 2026: “la Corte di cassazione ha annullato la sentenza della Corte di appello limitatamente agli effetti civili rinviando per nuovo giudizio al giudice civile competente in grado di appello e rimettendo a quest’ultimo anche la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità. Ha infatti rilevato la Corte di cassazione che il giudice di merito, pur trovandosi davanti a temi scientifici di rilievo ai fini dell’accertamento nel nesso causale, di fronte a opinioni differenti, sia pervenuto a produrre un proprio, autoreferenziale, discorso scientifico senza confrontarsi adeguatamente con la sentenza di primo grado”. La Corte di Cassazione aveva rilevato inoltre vizi di motivazione e gravi lacune nella ricostruzione dei fatti. La Corte d'Appello civile ha confermato questa visione, stabilendo che la responsabilità del datore era evidente una volta valutate correttamente tutte le prove che prima erano state trascurate.
Con quell'annullamento "limitatamente agli effetti civili", si è verificata quella che i giudici definiscono "piena transiatio" del giudizio. Questo significa che il processo si è spostato totalmente davanti a un giudice civile che ha operato con piena autonomia di cognizione sui fatti. Il giudice civile non è infatti vincolato dalle valutazioni fatte in precedenza dai giudici penali e può riesaminare le prove applicando esclusivamente le regole del codice di procedura civile.
Per Roberto, Anthony e Alice, la vita dopo quel 2014 è stata una corsa a ostacoli. «Tutti e tre ci siamo iscritti all’università – dice Roberto – studiando da stakanovisti per gravare il meno possibile sulla mamma. Volevamo combattere, ricordando la grinta che papà ci ha trasferito geneticamente. Immagina cosa significa essere proclamato dottore in ingegneria elettrica e non avere tuo padre lì, lui che ti ha passato tutta quella passione».
La sentenza cancella anche l'onta di vecchie cronache che avevano dipinto Francesco quasi come un uomo in cerca del pericolo. «Mio padre aveva trent'anni di esperienza nei cantieri – conclude il figlio – ha fatto lavori pericolosissimi e non si era mai fatto male perché era competente. Se messo nelle condizioni adeguate, sapeva benissimo cosa faceva, per questo certi articoli che vennero pubblicati avevano solo aggiunto dolore al dolore».
I giudici di Palermo hanno messo nero su bianco che Francesco Ilardo stava solo lavorando per il futuro dei suoi figli. La giustizia è arrivata tardi, attraverso un percorso tortuoso, ma ha finalmente ridato verità e dignità a un uomo strappato ingiustamente alla sua famiglia. Undici anni dopo, quel segno che era rimasto sulle mani di Francesco non è più la prova di un errore, ma la prova di un sacrificio che oggi ha finalmente trovato il suo riscatto.
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