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Il Grande Torino scomparso a Superga. Io me lo ricordo così

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Nel 77esimo anniversario della tragedia di Superga, il ricordo di Benvenuto Caminiti torna alla mattina del 5 maggio 1949, quando la notizia dello schianto dell’aereo del Grande Torino aveva già attraversato radio, giornali e case. Allora era solo un bambino. Ma quel lutto, vissuto attraverso le lacrime del fratello Vladimiro e il ricordo della sua prima volta alla Favorita contro gli “Invincibili”, gli rimase addosso per tutta la vita

Erano le otto del mattino del 5 maggio del 1949.
Sono passati settantasette anni eppure la scena ce l’ho ancora, nitida, davanti agli occhi:Mio fratello Vladimiro, a tavola con gli altri per la colazione, non c’era.

"E Vladi, dov’è?" – chiesi alla mamma.
"Dev’essere nella saletta, a scrivere , come al solito…".
"A quest’ora?"

Mi alzai per andare a vedere cosa gli era successo.
Lo trovai, seduto davanti alla “sua” scrivania nera, il capo appoggiato sulla mano sinistra, mentre con la destra infilava e subito dopo tirava fuori il pennino dal calamaio colmo d’inchiostro.
"Che fai, Vladi?", gli chiesi preoccupato: non era da lui starsene alla scrivania a cincischiare col calamaio anzi che scrivere con furia come faceva di solito.

Alzò la testa e  vidi nei suoi occhi il brillio delle lacrime,
 "Ho appena sentito alla radio una notizia terribile!".
"Che notizia?"
"Ieri sera, l’aereo che riportava la squadra a Torino, di ritorno da Lisbona dove ieri l’altro ha disputato un’amichevole col Benfica, si è schiantato sui contrafforti della Basilica di Superga… e…"

Si è alzato, mi si è avvicinato e, abbracciandomi forte, mi ha detto con la voce spezzata dal pianto che ormai non tratteneva più: "… E sono morti tutti…  capitan Mazzola  Loik, Gabetto, Maroso, Bacigalupo… E pure Erbstein, l’allenatore… Che tragedia, Benni!".   

E mi stringeva sempre pù forte, come a volermi trasmettere, per condividerlo - pelle su pelle- cuore a cuore –  tutto il suo dolore.
Era un lutto terribile per lui, diciassette anni, che già faceva il giornalista e , insieme ad un amico che gli disegnava i bozzetti delle azioni dei gol, tipo Silva del “Calcio Illustrato”, s’era fatto un giornale tutto suo, scrivendolo tutto a mano, col penino intinto nell’inchiostro, ore ed ore, mattina e sera,  davanti a quella piccola scrvania nera della saletta di casa nostra, in Via Brigata Aosta.

Gli scoppiai a piangere tra le braccia, perché lo schianto di Superga era un lutto anche per me, perché , oltre al suo, segnò anche il mio di destino: la mia prima volta allo stadio della Favorita, il mio battesimo da tifoso rosanero fu , appunto, nella partita che il Palermo il 6 gennaio del '49 giocò contro gli invincibili del Grande Torino.

Di quella partita io, otto anni appena, vidi solo gli ultimi venti minuti, quando, come si usava a quei tempi, gli addetti dello stadio aprivano il grande portone della facciata stile liberty e lasciavano entrare quelli senza biglietto.

Fradicio di pioggia, (perché era una giornata da tregenda, falcidiata da pioggia torrenziale e gelido vento di tramonana), piccolino e mingherlino com’ero mi ritrovai davanti a dei gradoni da scalare: lo feci, saltellandovi sopra, uno dopo l’altro, per arrivare finalmente DENTRO il mio Mausoleo, dove sognavo d’entrare da mesi e, per farlo, avevo pregato invano fino alla supplica mio fratello.
"Portami con te allo stadio!"
"No, sei ancora troppo piccolo! E poi io vado per lavoro, non posso badare a te che sei un picciriddu!".    

Così, il giorno dell’Epifania del ’49, davanti al suo ennesimo "no", quando, poco dopo mezzogiorno, lo vidi sgattaiolare fuori dalla porta di casa,  gli corsi dietro giù per le scale e poi, per la strada, la lunga e tortuosa via Sampolo, un budello più che una strada, letteralmente annegato nel fango (allora, le strade non erano ancora bitumate ma solo spianate dallo schiacciasassi).

Quello più che un viaggio, fu un’avventura, un tuffo alla cieca nell’ignoto: due interminabili kilometri di corse e rincorse, tra discese e risalite, tra cadute,  sbattimenti, pianti e… un vigile urbano che davanti ai due leoni dell’ingresso del Parco della Favorita, mi rimise in piedi, dopo l’ennesima scivolata e mi disse (lo ricordo come fosse ieri): "Piccirè, ma, ridotto così, dove credi di andare? ".
Gli slittai tra le gambe e ripresi la mia corsa: pensavo solo a non perdere di vista mio fratello, che, ad ogni mia caduta, si allontanava così tanto che quasi non lo vedevo più.

Ma, finalmente,  arrivato nello spiazzale, mi si parò davanti LO STADIO con la sua facciata color rosa pallido… E per me fu bello e straniante. Per me fu come veder le stelle di giorno.
E finalmente scalata la montagna dei gradoni,  eccolo il prato verde di cui tante volte avevo letto negli scritti di Vladimiro: pur sommerso dal fango, mandava lampi di luce smeralda.

Ma della partita non vedevo niente, c’erano troppe teste e tutte troppo alte, che me l‘impedivano. Allora mi arrampicai sulle spalle di un ragazzone alto come un armadio e finalmente vidi il campo, i giocatori, il pallone; vidi IL PALERMO e subito, d’istinto, chiesi alla testa più vicina alla mia: "Stiamo vincendo?".
"No, stamu pirdiennu 2-0… Ma statti mutu picchì a partita ancuora un’a  finutu!".

Mancavano meno di venti minuti al 90’… Poco dopo, accorciò Milani e , a un minuto dalla fine, pareggiò Pavesi: una partita che il Palermo, senza di me, stava perdendo, la pareggiò SOLO con me sugli spalti.

Se non è destino questo, ditemi voi cos’è: era scritto che diventassi  vita natural durante tifoso rosanero.
Meno di quattro mesi dopo quella mia prima volta allo Stadio, il pianto di Vladimiro fu anche il mio pianto: il destino di  entrambi segnato dagli "Invincibili" della più squadra più forte dei quei tempi: IL GRANDE TORINO di  Bacigalupo, Ballarin, Maroso; Grezar, Rigamonti, Castigliano; Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola.
Squadrone inbattibile, fermato alla Favorita dal mio Palermo: Masci, Boniforyi, Buzzegoli; Conti, Milani, Piccinini; Marzani, Vycpalek, Pavesi, Moretti, De Santis.   

di Benvenuto Caminiti