Il fondale inquieto dello Stretto. Cosa emerge dal nuovo studio
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Lo Stretto di Messina non è una semplice linea di frattura, netta e leggibile, sul fondo del mare. È un punto delicatissimo del Mediterraneo, un luogo in cui la terra si deforma, si abbassa in alcuni settori, si solleva in altri e continua a produrre terremoti.
Il nuovo studio pubblicato online il 12 settembre 2025 sulla rivista Tectonophysics nasce proprio da una domanda rimasta aperta per decenni, soprattutto dopo il terremoto del 1908 che devastò Messina e Reggio Calabria. Quali faglie stanno davvero lavorando sotto e attorno allo Stretto, e che rapporto c’è tra i terremoti di oggi, le forme del fondale e la grande struttura profonda dell’area?
Per rispondere, i ricercatori hanno unito dati sismologici e geofisici marini, cercando di leggere insieme ciò che accade in profondità e ciò che il fondale conserva, o cancella, nel tempo.
Lo studio si intitola Structural development and seismogenesis in the Messina Straits revealed by stress/strain pattern above the edge of the Calabrian slab ed è firmato da Tiziana Sgroi, Graziella Barberi, Luca Gasperini, Rob Govers, Nicolai Nijholt, Giuseppe Lo Mauro, Marco Ligi, Andrea Artoni, *Luigi Torelli e Alina Polonia. Coinvolge Ingv, Cnr-Ismar, Università di Bari, Università di Parma e Utrecht University.
Il punto forte del lavoro è nel metodo. Gli autori non si limitano a osservare una sola traccia, ma mettono insieme più elementi per ricostruire un quadro complessivo. Hanno analizzato 2443 terremoti registrati tra il 1990 e il 2019, li hanno ricollocati con strumenti più accurati e hanno calcolato 90 meccanismi focali, cioè indicatori che aiutano a capire come si muovono le faglie. A questo hanno aggiunto profili sismici marini, sonar ad alta risoluzione e mappe del fondale. In parole semplici, hanno incrociato i terremoti recenti con i segni visibili sotto il mare.
Che cosa emerge? Intanto che sotto lo Stretto non esiste un comportamento unico. La sismicità si concentra soprattutto in due fasce di profondità, una tra 6 e 20 chilometri e una più profonda tra 40 e 80 chilometri. Questo significa che i terremoti non si generano tutti nello stesso modo e nello stesso punto. Significa anche che l’area è più complessa di quanto spesso venga raccontato in modo semplificato.
Il dato forse più interessante per chi guarda ai nostri fondali è un altro. Lo studio trova segni di deformazione attiva diffusa nello Stretto. Le mappe e i profili ad alta risoluzione mostrano tratti del fondo marino che sembrano ancora deformarsi, associati a piccoli segmenti di faglia disposti a scaglioni, con direzione prevalente nord-est sud-ovest, in prossimità dell’area del terremoto del 1908. I ricercatori parlano anche di un depocentro di forma sigmoide, cioè una zona di sprofondamento organizzata, molto vicina a quell’epicentro storico. Più che una sola grande frattura continua e chiaramente leggibile, emerge l’immagine di una deformazione spezzata in più segmenti che lavorano insieme.
Ed è qui che lo studio diventa particolarmente serio, perché non forza le conclusioni. I ricercatori scrivono chiaramente che i loro dati non mostrano un piano di faglia continuo sul fondale. In sostanza, non dicono di avere trovato la prova definitiva di una sola faglia che taglia in modo netto il fondo dello Stretto. Spiegano anche perché. In quest’area le forti correnti, l’erosione, il rimaneggiamento dei sedimenti, le frane sottomarine e l’instabilità dei versanti possono cancellare o confondere le tracce più evidenti. Per questo parlano con prudenza di indicatori geomorfologici e strutturali coerenti con una tettonica recente e attiva, non di una prova finale e indiscutibile di rottura superficiale.
Lo studio colloca tutto questo dentro un quadro ancora più ampio. Secondo gli autori, lo Stretto si trova dentro una grande zona di deformazione che corre sopra il margine sud-occidentale della placca in subduzione sotto la Calabria. Ai lati agiscono due sistemi principali, la faglia Ionica a sud e la faglia di Capo Peloro a nord. In mezzo, lo Stretto si comporta come una zona in cui convivono stiramento e scorrimento laterale. Tradotto, il Messinese di oggi non può essere letto solo come il prolungamento della semplice distensione calabrese. È un nodo molto più complesso, dove si intrecciano il movimento relativo tra Africa ed Eurasia e le forze profonde che modellano il Mediterraneo centrale.
Il messaggio finale è netto: i fondali dello Stretto non sono fermi, ma non raccontano nemmeno una storia semplice. Raccontano un sistema vivo, irregolare, segnato da deformazioni recenti, da piccoli segmenti di faglia, da movimenti che il mare in parte conserva e in parte cancella. Non restituisce l’immagine di una sola linea netta, ma quella di un’area ancora attiva, complessa e frammentata. È questo il dato che più colpisce. E questo studio, pur senza chiudere ogni dubbio, aggiunge un tassello importante per capire meglio che cosa continua a muoversi sotto il mare tra Sicilia e Calabria.
*Nei ringraziamenti gli autori citano il CNR per il finanziamento del tempo nave della R/V Urania, i gruppi di lavoro imbarcati durante le campagne geofisiche nello Ionio, Paola Mussoni e Dirk Klaeschen per l’elaborazione della linea sismica M31, i tre revisori anonimi e l’editor Puy Ayarza. Il lavoro è dedicato a Luigi Torelli, scomparso dopo la presentazione dello studio. Gli autori dichiarano inoltre di non avere conflitti di interesse.
QUI lo studio integrale in inglese
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