Bosnia Erzegovina-Italia, quell'amichevole giocata di giorno perchè i riflettori non funzionavano
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Qualche giorno fa, alla vigilia della partita di qualificazione ai Mondiali, tra Bosnia Erzegovina e Italia, Edin Krehić, corrispondente di OBCT, Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa, ha voluto ricordare il 6 novembre 1996, data rimasta storica per Sarajevo e per tutto il paese. Krehić era presente quel giorno allo stadio Koševo, quando la nazionale italiana fu la prima squadra straniera a tornare a giocare nella capitale bosniaca dopo la fine dell’assedio. La partita si disputò di giorno, perché i riflettori non erano ancora funzionanti, e quell’amichevole andò ben oltre il piano sportivo, diventando il simbolo del ritorno alla vita, della dignità ritrovata e della speranza per l’intera Bosnia Erzegovina.
Nel ricordare quella giornata, Krehić riporta la memoria a un momento che in Bosnia non è mai stato considerato una semplice parentesi calcistica. L’arrivo dell’Italia tra le ferite ancora aperte di Sarajevo ebbe il valore di un gesto concreto, quasi di una legittimazione internazionale, in una città che provava faticosamente a rimettersi in piedi. Non era soltanto una nazionale straniera che veniva a giocare, era la prima a farlo, ed è proprio per questo che quella visita è rimasta nella memoria collettiva.
“Fu il simbolo del ritorno alla vita, della dignità ritrovata e della speranza per tutta la Bosnia Erzegovina”, ha ricordato Krehić, sottolineando come quella partita abbia rappresentato molto più del risultato maturato sul campo. "Non dimenticherò mai quel giorno. Avevo ventiquattro anni. Era una giornata di sole d’autunno. Un fiume di persone, avvolte in grandi sciarpe, si era diretto verso lo stadio, sventolando alte le bandiere della Bosnia Erzegovina, un paese appena uscito dalla guerra, pronto a tifare la sua nazionale e i suoi giocatori. Un paese che desiderava ardentemente una vita normale e serena, un traguardo importantissimo dopo un assedio durato quasi quattro anni, in cui la popolazione di Sarajevo era rimasta senza luce, acqua e gas, rischiando costantemente la vita sotto le granate e i colpi dei cecchini."
Per capire il peso di quel pomeriggio bisogna tornare alla Sarajevo di allora. La guerra era finita da poco, l’assedio aveva lasciato dietro di sé macerie materiali e psicologiche, e la possibilità di ospitare una partita internazionale aveva un significato che andava oltre lo sport. Lo stadio Koševo non era ancora pienamente funzionante, tanto che si giocò alla luce del giorno perché i riflettori non erano stati ancora ripristinati. Eppure proprio quella imperfezione, quel contesto ancora segnato dalla ricostruzione, rese tutto ancora più vero.
"Affinché la nazionale bosniaco-erzegovese potesse disputare partite internazionali sul proprio territorio era necessario che una squadra straniera venisse ad “inaugurare” lo stadio di Sarajevo. Era stata l’Italia a farlo in una partita amichevole. E che partita! Il tecnico Arrigo Sacchi aveva scelto la rosa più forte. A Sarajevo lo ricordano tutti, a indossare la maglia azzurra erano stati Toldo, Marchegiani, Carnasciali, Torricelli, Apolloni, Albertini, Maldini, Padalino, Di Matteo, Giunti, D. Baggio, Lentini, Casiraghi, Ravanelli, Zola, Chiesa e Simone. Dall’altra parte c’erano Dedić, Konjić, Pintul, Begić, Jašarević, Šabić, Dadicć, Glavaš, Halilović, Kapetanović, Salihamidžić, Beširević, Bolić, Brkić, Baljić e Musić. Il tecnico era Fuad Muzurović".
Secondo Krehić, il valore dell’amichevole con l’Italia stava anche nel messaggio che lanciava all’esterno. Sarajevo tornava ad aprirsi al mondo e il calcio diventava una lingua comune per dirlo. In quello stadio, davanti a migliaia di persone, non si stava celebrando soltanto una partita. Si stava mostrando che la città era viva, che la Bosnia Erzegovina era pronta a rientrare nel circuito internazionale, che si poteva di nuovo immaginare una normalità.
Ed è per questo che, alla vigilia della nuova sfida per le qualificazioni, quel ricordo è riemerso con forza. Richiamando un legame che in Bosnia viene ancora percepito come speciale.
In quel 6 novembre 1996 c’era già tutto. C’era il desiderio di lasciarsi alle spalle la guerra, c’era l’orgoglio di poter finalmente ospitare una gara internazionale, c’era la gratitudine verso chi aveva scelto di esserci. E c’era anche il senso profondo di uno sport che, in certi momenti, smette di essere solo competizione e diventa presenza, riconoscimento, vicinanza.
Per questo, nel racconto di Krehić, quella nazionale italiana resta legata a un’immagine precisa. Non solo una squadra forte, piena di nomi importanti, ma la prima a entrare in una Sarajevo ancora ferita e a contribuire, anche simbolicamente, al suo ritorno sulla scena internazionale. Una presenza che, quasi trent’anni dopo, continua a dire qualcosa.
Alcune partite si ricordano per i gol. Altre per quello che cambiano. Bosnia Erzegovina-Italia del 1996 appartiene a questa seconda categoria.
l'ARTICOLO integrale di Edin Krehić PUBBLICATO SU OBC TRANSEUROPA
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