Il paradosso del Belìce: tra l'ombra del deposito nucleare e Gibellina Capitale dell'Arte
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La provincia di Trapani è oggi il teatro di uno scontro simbolico che interroga il futuro del territorio siciliano. Da un lato, Gibellina 2026, prima Capitale italiana dell’Arte contemporanea con il progetto «Portami il futuro», un manifesto di rigenerazione culturale per un territorio che porta ancora le ferite del terremoto del 1968.
Dall'altro, l'ombra del Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi. Le aree di Calatafimi-Segesta e Trapani non si sono candidate spontaneamente. A individuarle è stata Sogin, la società pubblica incaricata del progetto, attraverso una selezione tecnica che ha portato dalle iniziali 67 aree potenzialmente idonee alle 51 inserite nella proposta della Carta Nazionale delle Aree Idonee (CNAI), pubblicata il 13 dicembre 2023 dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (Mase).
I due siti sono identificati con le sigle TP-9, nel territorio di Calatafimi-Segesta, ai confini della Valle del Belìce, e TP-11, a Fulgatore, nel comune di Trapani. Il primo si estende per 253 ettari, il secondo per 205 ed entrambi ricadono nella provincia in cui Gibellina, città simbolo del Belìce, celebra il riconoscimento di Capitale italiana dell’Arte contemporanea.
Il Mase, conclusa quella selezione tecnica di Sogin, aveva aperto la possibilità di autocandidarsi, ma un solo Comune italiano, Trino, in Piemonte, si è fatto avanti, salvo ritirare la propria disponibilità. Nessuna autocandidatura quindi. Il procedimento è comunque proseguito, come previsto dalla legge, con l’avvio della Valutazione Ambientale Strategica (Vas), la procedura che esamina i possibili effetti ambientali della Carta prima della sua approvazione.
Così, pur senza alcuna richiesta di ospitare il deposito da parte dei rispettivi Comuni, le aree di Calatafimi-Segesta e Trapani restano inchiodate sulla mappa ministeriale.
Questo paradosso non è soltanto una questione burocratica. Il confronto riguarda anche l’identità e le prospettive di sviluppo del territorio. La possibile realizzazione di un’infrastruttura destinata ai rifiuti radioattivi rischia di collidere frontalmente con una rinascita fondata sulla bellezza e sulla memoria, trasformando il "futuro" promesso in un carico di eredità nucleare non gradito.
La Vas è ancora in corso e l'idoneità definitiva delle aree non è stata stabilita ma questi siti rimangono attualmente sotto osservazione vincolante, pronti a diventare l'ultima spiaggia in caso di mancata intesa tra Stato e Regioni.
All’inizio del 2026 però, il dottor Leonardo Santoro, ex segretario generale dell’Autorità di bacino del distretto idrografico della Sicilia, Santoro ha illustrato le ragioni della posizione negativa espressa dall’Autorità sulle aree trapanesi, richiamando questioni che dovranno essere valutate nell’ambito del procedimento ambientale. evidenziando rischi che la Sogin sembra aver ignorato.
Il territorio trapanese, come ha spiegato, presenta «una pericolosa interferenza con i corpi idrici sotterranei e, soprattutto, la presenza di fenomeni vulcanici secondari che vengono sottovalutati e che invece confermano come la necessità di studi di microzonazione sismica in quell'areale»
Altra osservazione che desta preoccupazione è stata che l'area del Belìce, storicamente classificata in Zona 1 ovvero “massima pericolosità”, ha subito una controversa declassificazione nelle mappe INGV del 2026, venendo derubricata ad area a pericolosità bassa o medio-bassa.
«Da un lato un principio di cautela dovrebbe escludere completamente la presenza in quell'area di possibili siti di stoccaggio, ma soprattutto dovrebbe operare in termini di rivisitazione e rivalutazione della pericolosità sismica dell'areale del Belice che a mio avviso continua a rimanere sottovalutata»
Il Deposito Nazionale non nasce soltanto dall’ipotesi di tornare a produrre energia nucleare. I rifiuti radioattivi esistono già e continuano a essere generati anche dagli ospedali, dall’industria e dalla ricerca scientifica, oltre che dalle operazioni di smantellamento delle vecchie centrali.
Secondo l’Inventario nazionale pubblicato dall’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (Isin), al 31 dicembre 2024 in Italia erano presenti 33.767 metri cubi di rifiuti radioattivi, circa il 3,3% in più rispetto all’anno precedente.
Sono distribuiti in numerose strutture, soprattutto presso le ex centrali nucleari di Caorso, Trino, Garigliano e Latina, negli impianti del ciclo del combustibile e nei depositi degli operatori autorizzati che raccolgono i materiali provenienti da ospedali, industrie e centri di ricerca. A questi si aggiungeranno i rifiuti prodotti dal completamento dello smantellamento degli impianti nucleari, stimati in circa 48 mila metri cubi, e quelli destinati a rientrare dall’estero dopo il riprocessamento del combustibile esaurito. Per questi ultimi, l’ISIN prevede un volume complessivo di circa 780 metri cubi, comprendendo anche i contenitori metallici necessari al trasporto e allo stoccaggio.
È per gestire questo patrimonio di rifiuti, già esistente e destinato a crescere, che lo Stato intende realizzare il Deposito Nazionale. La stima progettuale di Sogin prevede circa 98 mila metri cubi complessivi, dei quali 84 mila destinati allo smaltimento definitivo dei rifiuti a molto bassa e bassa attività. Altri 14 mila metri cubi, a media e alta attività, verrebbero conservati temporaneamente, in attesa di una sistemazione definitiva in un deposito geologico.
La scelta del sito è ancora lontana. Una volta conclusa la VAS e approvata la Carta delle aree idonee, si aprirà il confronto con Regioni ed enti locali, accompagnato dalla definizione degli incentivi economici per il territorio ospitante. Sulle aree per le quali sarà raggiunta un’intesa, Sogin effettuerà indagini tecniche della durata prevista di quindici mesi, sotto la vigilanza dell’ISIN.
La contrarietà di una regione non rappresenta però un veto assoluto. Se i tentativi di accordo falliscono, la normativa prevede ulteriori confronti e, in ultima istanza, la possibilità di superare il mancato accordo attraverso un decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei ministri con la partecipazione del presidente della Regione interessata. La localizzazione definitiva richiederà comunque le indagini, il parere tecnico vincolante dell'Isin e un successivo decreto ministeriale.
Nel frattempo, prosegue l’iter della Carta. La fase preliminare della Vas, denominata scoping e destinata a stabilire quali aspetti approfondire, si è conclusa con un parere della Commissione tecnica pubblicato il 21 agosto 2025.
Al 21 settembre 2026, il portale ministeriale riporta ancora lo stato «In attesa del Piano e del Rapporto Ambientale».
È proprio in questa procedura che dovranno essere valutate le osservazioni presentate dagli enti competenti. La presenza delle aree trapanesi nella proposta non dimostra che le contestazioni siano state respinte, ma neppure garantisce che porteranno alla loro esclusione.
Una volta conclusa la Vas, Sogin dovrà aggiornare la Carta tenendo conto delle risultanze ambientali. Seguiranno il parere tecnico dell’Isin e l’approvazione con decreto del Mase, di concerto con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Soltanto dopo si passerà alla fase successiva della scelta del sito.
Il ministro Gilberto Pichetto Fratin ha indicato un cronoprogramma che prevede, secondo le stime illustrate nell’audizione del 25 giugno 2025, il rilascio dell’Autorizzazione Unica nel 2029 e la messa in esercizio del Deposito Nazionale nel 2039.
Oltre alle strutture per lo smaltimento definitivo dei rifiuti a molto bassa e bassa attività, il sito ospiterà il Centro di Stoccaggio ad Alta attività (CSA), destinato alla conservazione temporanea dei rifiuti a media e alta attività, mediante appositi contenitori.
Il 22 settembre il Senato riprenderà l’esame del disegno di legge delega sul nucleare, che comprende anche la gestione dei rifiuti radioattivi e le future regole per individuare i depositi. Non è però prevista, in quella sede, l’approvazione della Carta Nazionale delle Aree Idonee, che segue un procedimento distinto.
La coincidenza tra Gibellina 2026 e e il percorso per individuare il deposito nucleare pone una questione che riguarda il futuro del territorio. Oltre a quanto osservato da Santoro che è già estremamente rilevamente, è tecnicamente e moralmente accettabile che la prima Capitale italiana dell'Arte contemporanea sorga accanto a un sito di stoccaggio scorie già bocciato dall’Autorità di Bacino?
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