Siamo i nuovi poveri e non ce ne siamo nemmeno accorti
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I tir fermi per il caro gasolio, le proteste legittime degli autotrasportatori e degli agricoltori, gli scaffali dei supermercati vuoti. Ma c'è chi quegli scaffali, anche quando sono pieni, non può più permetterseli. E non parliamo soltanto di persone senza lavoro.
Donne e uomini, dipendenti con stipendi insufficienti, lavoratrici e lavoratori part-time, con contratti precari o collaborazioni discontinue. E anche liberi professionisti, persone diplomate o laureate, che possono continuare a esercitare un mestiere senza avere entrate regolari. Famiglie che faticano a comprare latte, caffè, pasta e intanto rinviano una visita o rinunciano a un farmaco. Povertà alimentare e sanitaria sono due facce della stessa difficoltà.
E il problema è ancora più profondo. Che cosa accade quando, per ragioni economiche indipendenti dalla propria volontà, non si riesce più a vivere del proprio lavoro? Quando gli incarichi diminuiscono, i compensi non arrivano e le spese continuano ad accumularsi?
In Italia non tutti i lavoratori hanno le stesse protezioni di fronte a una perdita di reddito. E chi esercita un'attività autonoma può ritrovarsi in una condizione particolarmente difficile: non guadagna abbastanza per mantenersi, ma continua ad avere obblighi fiscali e previdenziali.
Esistono strumenti di sostegno economico e misure di contrasto alla povertà, con requisiti differenti. L'accesso a molti di questi dipende dall'Isee, che considera redditi e patrimoni generalmente riferiti a due anni prima. Nel calcolo possono pesare anche proprietà e beni che hanno un valore economico, ma non producono alcuna entrata. E con il valore di una quota immobiliare, che magari non si può nemmeno vendere, non si riempie il frigorifero, non si agano le bollette, non si mandano i figli a scuola.
Certo, esiste l'Isee corrente, che in determinate condizioni permette di aggiornare la situazione economica. Ma non sempre è sufficiente a rappresentare le difficoltà del presente.
E per le partite Iva? Anche qui le tutele non sono uguali per tutti. L'Iscro ad esempio, l'indennità prevista per chi subisce una forte riduzione del reddito professionale, è riservata agli iscritti alla Gestione Separata INPS che possiedono specifici requisiti. Restano fuori artigiani, commercianti e professionisti iscritti ad altre casse previdenziali. Parliamo di categorie che comprendono milioni di lavoratori, secondo l'Inps, nel 2025 in Italia si contavano quasi 3,3 milioni di artigiani e commercianti iscritti alle rispettive gestioni previdenziali, esclusi da questa indennità, ma l'esclusione non li esonera però dagli obblighi contributivi. Al contrario, per queste categorie è previsto il versamento di contributi minimi obbligatori anche quando l'attività non produce alcun reddito, salvo specifiche agevolazioni. Nel 2026 si tratta, ordinariamente, di oltre 4.500 euro annui.
Il problema non è quindi soltanto la perdita del lavoro, ma anche la mancanza di una protezione adeguata quando un'attività continua a esistere, senza riuscire più a garantire un reddito sufficiente.
Non si tratta di contrapporre chi lavora a chi è disoccupato, né di mettere in discussione gli aiuti destinati alle persone più fragili. Si tratta di capire perché chi ha costruito una professione, un'attività, una propria autonomia economica possa ritrovarsi, nel momento della difficoltà, senza una protezione adeguata.
Perché il punto non è vivere di assistenza. È poter continuare a vivere del proprio lavoro, senza che un periodo di crisi si trasformi nella perdita della propria autonomia e della possibilità di provvedere ai bisogni essenziali della famiglia.
I numeri raccontano una parte della situazione drammatica. L’Istat stima per il 2025 oltre 5,4 milioni di persone in povertà assoluta. E dal rapporto Caritas 2026 emerge che il 24 per cento di quanti hanno chiesto aiuto nel 2025 aveva un lavoro; tra i 35 e i 54 anni la quota sale a circa uno su tre. Non sappiamo quanti siano i liberi professionisti tra gli assistiti, ma i dati mostrano che avere un lavoro non basta sempre a vivere dignitosamente.
Le reti solidali intercettano una parte del bisogno. Secondo una ricerca presentata il 13 ottobre dal Banco Alimentare, gli aiuti oggi disponibili equivalgono a un pasto quotidiano per appena il 44 per cento delle persone in povertà assoluta. È una stima della copertura del bisogno, non il conto delle domande respinte. Nel 2025 oltre 501mila persone hanno chiesto farmaci e cure alle realtà convenzionate con Banco Farmaceutico. E già nel 2024, secondo l’Istat, 5,8 milioni di italiani avevano rinunciato a visite o esami per costi, attese o difficoltà di accesso.
A Palermo la situazione aveva già un volto nel febbraio scorso, quando in alcuni articoli che ho scritto raccontavo di anziani e famiglie costretti a scegliere «o i farmaci o il pane». La Caritas diocesana riferisce che nel 2024 i centri convenzionati per gli aiuti alimentari hanno sostenuto 9.353 persone, contro 8.125 nel 2023. E l’ASP annuncia che, dal gennaio 2025, cinque ambulatori e due unità mobili hanno assistito oltre 2.500 pazienti vulnerabili. Ma quanti sono riusciti a proseguire le cure? E quanti restano ancora fuori?
Per chi fino a ieri viveva del proprio mestiere, chiedere un pacco alimentare significa mettere da parte anche il pudore e accettare di non farcela. Significa anche farsi forza per non sentire di aver fallito, per non farsi sopraffare dall'angoscia.
Grazie a Dio c'è ancora chi ce la fa o comunque ha una famiglia alle spalle che può sostenerlo. Ma tanti altri non hanno questa possibilità.
Lo scorso 13 ottobre il Banco Alimentare ha presentato una ricerca: la rete degli aiuti riesce a coprire l'equivalente di un pasto al giorno per circa il 44% delle persone in povertà assoluta. Intanto i prezzi hanno ripreso a salire più rapidamente, soprattutto per energia e alimenti freschi. Per chi ha poco, significa decidere ancora più spesso cosa lasciare sullo scaffale.
La solidarietà è indispensabile, ma non può diventare la risposta ordinaria alla difficoltà di vivere del proprio lavoro. Non può sostituire un sistema di protezione capace di rispondere a queste crisi.
Le proteste per il caro vita non parlano soltanto di trasporti, parlano anche di queste famiglie. E riguardano tutti noi.
Grazie per il tuo contributo.
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