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«Non fu un banale incidente»: la battaglia legale per la verità sulla morte di Simona Cinà

| Notizie
La famiglia di Simona dice no all’archiviazione. L’avvocato Antonio Ingroia ha spiegato punto per punto quelle che la difesa considera lacune, omissioni e valutazioni errate nelle indagini. Alla fine dell’articolo il video dell’intervento dei genitori di Simona durante la conferenza stampa

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AGGIORNAMENTO – 18 SETTEMBRE 2026
Il GIP del Tribunale di Termini Imerese ha fissato per il 28 ottobre l’udienza sull’opposizione alla richiesta di archiviazione dell’inchiesta sulla morte di Simona Cinà avanzata dal sostituto procuratore.

PALERMO – Non un omicidio volontario, ipotesi che la famiglia sostiene di non avere mai prospettato, ma  possibili  responsabilità colpose rimaste senza un adeguato approfondimento investigativo. È su questo terreno che si gioca l’opposizione alla richiesta di archiviazione dell’inchiesta sulla morte di Simona Cinà, la giovane trovata senza vita nella piscina di una villa a Bagheria nella notte tra l’1 e il 2 agosto 2025, durante una festa di laurea. Aveva vent'anni. simona cinà

Il 22 luglio il sostituto procuratore di Termini Imerese Raffaele Cammarano ha chiesto l’archiviazione del fascicolo, aperto per omicidio colposo contro ignoti, ritenendo che non siano emersi elementi sufficienti per attribuire a terzi una responsabilità nella morte della ragazza.

La famiglia non ci sta. Lo Studio Ingroia ha depositato l’opposizione e, nel corso di una conferenza stampa alla presenza dei familiari di Simona, i genitori e la sorella gemella RobertaAntonio Ingroia e il collegio difensivo hanno messo in fila ciò che, a loro giudizio, non è stato accertato. 

«Il mancato approfondimento e questo è il punto dolente, riguarda tutti quei profili dai quali avrebbero potuto evidenziarsi, e secondo noi già si evidenziano, responsabilità penali colpose di vari soggetti», ha detto Ingroia. La sensazione maturata dalla lettura degli atti, ha aggiunto, è diventata «una certezza»: la ricostruzione della Procura sarebbe «insufficientemente dimostrata, contraddittoria» e condizionata fin dall’inizio da «un’ipotesi investigativa pregiudiziale, tendente ad escludere qualsiasi responsabilità di terzi».

«Oggi il fascicolo è iscritto per omicidio colposo contro ignoti. Noi riteniamo che ci siano profili quantomeno da approfondire di omicidio colposo nei confronti di noti, a cominciare dagli organizzatori della festa». È questo il passaggio più netto dell’opposizione.
Per la difesa, le stesse condizioni descritte negli atti della Procura avrebbero dovuto aprire un fronte investigativo diverso: circa ottanta invitati, una notevole disponibilità di superalcolici, utilizzo notturno di una piscina scarsamente illuminata, musica ad alto volume e assenza di vigilanza.
«Tutte queste condizioni, anziché escludere la responsabilità, costituiscono indici della possibile violazione di regole di prudenza elementari e della posizione di garanzia che gli organizzatori avevano nei confronti degli invitati», sostiene Ingroia, richiamando anche giurisprudenza della Cassazione relativa agli obblighi di chi organizza eventi all’interno di ville private.

C’è poi un episodio che la difesa considera tutt’altro che marginale. Nel corso della stessa serata un’altra ragazza sarebbe stata spinta per scherzo nella piscina e avrebbe avuto difficoltà a riemergere, tanto da richiedere l’intervento di un’altra invitata. Un fatto emerso, secondo il collegio, soltanto durante le indagini difensive.
È su questa circostanza che Ingroia contesta alla Procura di essersi concentrata su un’ipotesi diversa: quella dell’omicidio volontario.
«Noi non avevamo mai prospettato che qualcuno potesse uccidere intenzionalmente Simona», chiarisce. Ciò che sarebbe stato trascurato è invece «l’ipotesi che Simona sia caduta in piscina a causa di una spinta intenzionale o accidentale, intenzionale magari per scherzo, non intenzionale per fare del male».

Un altro punto centrale riguarda il tasso alcolemico di Simona, risultato pari a circa 2,94 grammi per litro, dato che la Procura considera compatibile con una grave compromissione delle capacità psicofisiche.Per Ingroia proprio quel risultato apre però un problema. «Questo tasso è altamente tossico, idoneo a compromettere gravemente la coordinazione motoria e l’equilibrio, addirittura potenzialmente letale da solo. Allora le cose sono due: sono validi questi accertamenti? E se lo sono, come sono compatibili con le dichiarazioni di tutti gli invitati alla festa? Non ce n’è uno che dica di avere visto Simona in condizioni di ubriachezza». La difesa chiede quindi che venga chiarito se debba essere messo in discussione il dato tossicologico oppure l’attendibilità delle testimonianze.

E apre anche un secondo fronte: la somministrazione degli alcolici. Secondo Ingroia non sarebbe stato approfondito adeguatamente quanti cocktail fossero stati serviti a Simona, fino a che ora e quali fossero le sue condizioni al momento delle ultime somministrazioni. Il legale ipotizza, qualora il dato alcolemico venga confermato, possibili profili di negligenza anche a carico della persona incaricata di servire le bevande.

L’opposizione entra poi nel merito degli accertamenti medico-legali. Sul vertice del cranio di Simona era stata rilevata una lesione che, secondo la difesa, sarebbe stata semplicemente registrata senza stabilire quando fosse stata prodotta e senza verificarne l’eventuale rapporto con la morte. «Quando è avvenuto? Dopo che era morta? Prima? Può essere stata una concausa della morte? Non sappiamo», osserva Ingroia.
Analoga contestazione viene mossa per altri reperti emorragici, tra cui quelli uterini. Per il collegio non sarebbe stata determinata né l’origine né la collocazione temporale.

Il punto, spiegano i legali, è che l’annegamento descrive il meccanismo finale della morte, non necessariamente ciò che lo ha provocato e non pè stato approfondito se Simona fosse cosciente quando è entrata in acqua oppure se avesse perso i sensi precedentemente.
Gli accertamenti su una possibile cardiopatia congenita, sui quali erano stati svolti ulteriori approfondimenti, hanno invece dato esito negativo. «Nessuna malattia congenita – ha ricordato Ingroia – una ragazza sana, un’atleta, molto attenta alla sua alimentazione, abile nuotatrice».

Poi si arriva a ciò che sarebbe mancato nelle prime ore. La difesa sottolinea che i cellulari dei partecipanti non sono stati sequestrati per verificare la presenza di fotografie, video o messaggi eventualmente cancellati. Alcuni contenuti sarebbero stati acquisiti soltanto perché consegnati spontaneamente.

Parliamo di ragazzi che fanno video continuamente e  l’acquisizione dei dispositivi avrebbe potuto avere rilevanza investigativa.

Le indagini difensive hanno inoltre incontrato quello che i familiari definiscono un vero «muro di reticenza». I ragazzi convocati dai legali non avevano l’obbligo di presentarsi e nessuno, secondo quanto riferito in conferenza stampa, lo ha fatto. In alcuni casi la difesa ha quindi chiesto che fossero sentiti davanti al pubblico ministero.

Resta infine il buco temporale decisivo: Simona viene collocata ancora in vita intorno alle 3.50 e il corpo viene ritrovato intorno alle 4.10. Venti minuti sui quali, secondo la famiglia, manca ancora una ricostruzione certa.

Sul capitolo della villa, il collegio ha però fatto una precisazione importante. Pur definendo irregolare il contesto nel quale si sarebbe svolta la festa, la difesa non ha avanzato allo stato attuale profili di responsabilità nei confronti dei proprietari dell’immobile né del sensale che si sarebbe occupato della sua concessione.
Il bersaglio dell’opposizione è dunque un altro: chiedere al Gip di non chiudere il fascicolo e di disporre ulteriori indagini, valutando anche l’eventuale iscrizione nel registro degli indagati di soggetti sui quali approfondire specifiche responsabilità. «Le indagini sono così lacunose che sarebbe impossibile fare un processo in queste condizioni», ha concluso Ingroia. «Ma forse è il caso di cominciare a fare un’indagine seria».

Dalla famiglia arriva infine un appello a chi quella notte era presente: "chi sa qualcosa parli". Per i Cinà, archiviare senza avere chiarito cosa sia accaduto nei minuti decisivi significherebbe non soltanto lasciare senza risposta la morte di Simona, ma accettare che una tragedia avvenuta durante un evento organizzato possa concludersi senza l’accertamento di eventuali responsabilità.

 

di Marta Genova