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Palermo, le botteghe ALAB sotto sequestro e una guerra tra “poveri” che lascia fuori il problema vero

| Serio&Faceto
Una delle botteghe Alab nel centro storico di Palermo

 * una delle botteghe Alab nel centro storico di Palermo|ph. Marta Genova 

A Palermo da anni esiste ALAB, una rete di creativi, artisti, hobbisti e persone che producono con le proprie mani che ha riempito di laboratori e botteghe pezzi del centro storico, permettendo a molti di produrre, esporre e provare a vendere le proprie creazioni prima dell’eventuale passaggio a una vera impresa.

Poi, il 18 giugno, sono arrivati i sigilli. Diverse botteghe del circuito sono state sottoposte a sequestro amministrativo dalla Guardia di Finanza. Da allora, per quelle attività è iniziata una battaglia per la riapertura.

I controlli sono sacrosanti, ma anche il resto lo è: le modalità, la proporzione e le priorità. E in una città in cui abusivi, bancarelle irregolari e attività fuori dalle regole occupano serenamente pezzi di ogni quartiere, vedere arrivare i sigilli proprio su quei piccoli laboratori lascia almeno qualche domanda.
Da quella vicenda è nato un dibattito che nelle ultime settimane ha coinvolto associazioni, politica e istituzioni. Il Comune di Palermo ha appena approvato un nuovo regolamento per gli Operatori del Proprio Ingegno (OPI).
Ed è qui che una vicenda molto palermitana, secondo me, racconta qualcosa di molto più grande.

Se io fossi un’artigiana, artigiana per definizione, quello che  sta accadendo mi farebbe parecchio arrabbiare.
Creo con le mie mani, a casa, nel mio laboratorio, non produco in serie, magari guadagno pure due lire.
Il vocabolario mi chiama artigiano.
Poi però la legge prende una parola bellissima, se ne appropria e sentenzia: “artigianale”, quando parlo di ciò che produco, non posso usarlo liberamente se non sono iscritto all’Albo delle imprese artigiane.
Posso dire “fatto a mano”, “di produzione propria”, “realizzato con manualità”. Artigianale no. NO.
In questi giorni, a Palermo, nel pieno del dibattito su ALAB e sugli Operatori del Proprio Ingegno, le associazioni private di categoria, prima Confartigianato e adesso Confartigianato insieme a Casartigiani, hanno sentito il bisogno di marcare con particolare forza proprio questo confine. E di parlare persino di tutela delle “autentiche imprese artigiane”.
Complimenti.

Ed è una di quelle cose che, se la guardi bene, racconta perfettamente il Paese in cui viviamo.
Perché tutelare chi è un’impresa artigiana regolarmente iscritta, paga contributi, sostiene costi e rispetta gli obblighi previsti dalla legge è giusto e necessario. Ed è su questo che, secondo me, le associazioni di categoria dovrebbero concentrarsi, puntare e spendersi nei comunicati.
Un conto è tutelare una qualifica giuridica.
Un altro è mettere il recinto intorno a una parola che esiste da secoli e che descrive esattamente un modo di lavorare che è uguale per tutti.

Per me la mia amica, che passa le giornate nel suo piccolo laboratorio, crea con le proprie mani e realizza pezzi unici, è un’artigiana e fa un lavoro artigianale.
Che giuridicamente non sia una “impresa artigiana” iscritta all’Albo è un’altra questione. E francamente è una questione che mi interessa molto meno: per me rimane un’artigiana e artigianali continuerò a definire le sue creazioni.
In Italia siamo riusciti anche in questo: puoi fare un lavoro artigianale, devi solo stare attento a non chiamarlo artigianale.

A Palermo temo che siamo riusciti, in questo momento, a fare anche peggio.
E no, almeno per ora non vedo nemmeno nel nuovo regolamento OPI approvato dal Comune di Palermo una soluzione. Anzi, qualche dubbio aumenta.
Il rischio è di avere trovato una cornice amministrativa che, invece di risolvere il problema economico e pratico di chi prova a trasformare una piccola attività creativa in un lavoro, finisca pian piano per cancellare proprio ciò che negli anni si era cercato di costruire.

Forse, invece di costruire nuove guerre di parole tra persone che lavorano con le proprie mani, sarebbe molto più interessante discutere di altro: di come sostenere chi parte piccolo, di come accompagnare chi prova a crescere e chi cresce, di quali regole servano davvero e di come evitare che chi prova a costruirsi un lavoro venga schiacciato tra costi, burocrazia e categorie.

Perché il problema vero non è stabilire chi può pronunciare una parola. È permettere a chi vuole lavorare davvero di continuare a farlo.

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di Marta Genova